La Slovenia si blinda contro i migranti: “Chiusa la rotta balcanica”

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A mezzanotte è nata la Fortezza Slovenia, inaccessibile per chiunque non abbia un visto, o un regolare titolo di viaggio europeo. Il governo del premier liberalcentrista Miro Cerar ha deciso la chiusura della rotta balcanica battuta da un milione di profughi solo nel 2015. Per la prima volta dallo scoppio della crisi dei migranti, saranno respinti anche i siriani in cerca protezione internazionale, sulla strada per Lubiana non passeranno nemmeno gli uomini e le donne che hanno diritto all’asilo. A Bruxelles già dicono che non si può fare, che «sono violati i diritti umani». La mossa crea anche un effetto domino drammatico, visto che la Serbia ha già deciso di piombare le sue frontiere con Bulgaria e Macedonia perché «non può consentire che il suo territorio diventi un campo profughi».

È stato inutile che al vertice Ue senza veri risultati di lunedì i leader abbiamo invocato soluzioni collettive e condannato le azioni individuali. La misura slovena è un masso lanciato nelle acque mai quiete dei Balcani occidentali. Cerar sostiene che vuole essere «un chiaro segnale ai trafficanti e ai migranti irregolari che questa rotta non esiste più». Certo sarebbe stato meglio concertarsi, perché ora il problema viene spinto a Mezzogiorno e scaricato sulla Grecia. I profughi che ancora attraversano l’Egeo diretti a Nord – potrebbero essere 100 mila nel solo marzo – resteranno in terra ellenica, se continua così. Visto che l’Europa non riesce a risolvere i problemi, c’è chi prova a spostarli.

Il conclave di lunedì doveva servire a definire una strategia per «arrestare i flussi» dei migranti d’intesa con la Turchia. «É da mesi l’unica vera preoccupazione di Frau Merkel», concede una fonte diplomatica, ribadendo che bisogna seguire la tedesca per capire dove si va nel tentare di porre fine alla tragica regata nell’Egeo. La cancelliera ci si è giocata la reputazione quando ha aperto le porte a tutti i siriani. Intendeva essere all’altezza delle aspettative di leader che crede nella solidarietà, invece l’annuncio è divenuto un fattore di attrazione per i disperati. Così, mentre la rotta balcanica si affollava, spuntavano muri e Schengen rischiava il tracollo, Angela è stata obbligata a un «piano B», puntando sulla Turchia e la ridistribuzione (dei profughi fuori Ue), piuttosto che sulla riallocazione (quelli sbarcati), per evitare altri sfaldamenti del fronte dopo il litigio con l’austriaco Faymann.

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Foto Oona Räisänen cc-by-sa 2.0

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