UE: sicurezza, terrorismo e le sfide del sistema Schengen

Schengen II

In seguito agli attentati di Parigi dello scorso 7 gennaio, temi controversi quali la libertà di espressione, il rapporto con l’Islam, la validità dei modelli di integrazione culturale e il mantenimento della sicurezza sono nuovamente tornati al centro del dibattito pubblico europeo, ponendo interrogativi su quali politiche adottare al fine di rispondere alla minaccia terroristica. Il dibattito in proposito si sta attualmente concentrando sulle modifiche a “Schengen” e ai relativi meccanismi di raccolta dati – il Sistema Informativo (SIS) e l’adozione di un Passenger Name Record (PNR). Entrambi gli aspetti non possono tuttavia non tener conto del quadro di cooperazione in materia di affari interni e giustizia in essere.

L’accordo di Schengen, del quale il prossimo 14 luglio ricorrerà il trentennale [1], permise l’abolizione di controlli sistematici alla frontiera, i quali rallentavano la mobilità, tra Paesi confinanti e interdipendenti. L’abbattimento delle frontiere interne altro non rappresentava che la materiale attuazione del principio di libera circolazione e stabilimento dei cittadini dell’UE, in ossequio al processo di integrazione europea, il quale trovò definitivo compimento, nel 1999, con l’inserimento dell’acquis di Schengen nell’ambito dell’Unione, per mezzo del Trattato di Amsterdam.

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