“Piccole utopie”, l’architettura italiana del XXI secolo. Intervista al curatore Pippo Ciorra

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Oggi pomeriggio alle 18 si apre presso Design factory a Bratislava la mostra “Piccole utopie”, una indagine sull’architettura italiana degli ultimi anni, tra storia, ricerca e innovazione, con l’intento di presentare al pubblico slovacco, specializzato e non, le migliori energie della nuova architettura del Belpaese. Al proposito Antonia Grande, direttore dell’Istituto Italiano di Cultura di Bratislava, ha fatto alcune domande al prof. Pippo Ciorra, curatore della mostra e senior curator della sezione architettura del MAXXI di Roma, che sarà presente oggi all’inaugurazione.

La mostra nasce da una richiesta del MAECI, come è avvenuto l’incontro con il Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale.

La storia è molto semplice. La direzione del ministero che si occupa della promozione della cultura italiana all’estero ha chiesto a me, in qualità di curatore di architettura del museo MAXXI, di preparare una mostra agile e itinerante su una selezione di architetti italiani interessanti e innovativi, vale a dire non sui due o tre “soliti noti” che tutti conoscono (Piano, Fuksas e poco altro) ma su progettisti [ancora] meno conosciuti, testimonial possibili di nuovi modi di lavorare e di nuovi approcci al progetto, in coerenza con i nuovi problemi e le nuove urgenze delle nostre città e del mondo. Il ministero mi ha proposto una selezione di 20 progettisti, io ne ho controproposto dieci, poiché un numero più basso avrebbe consentito una maggiore attenzione alla qualità e un miglior supporto agli studi selezionati, che non si sarebbero ritrovati confusi nella massa o – peggio – nascosti dietro al nome del curatore.

Può fare un bilancio del tour fin ad ora compiuto dalla mostra? Cosa si aspetta dalla tappa di Bratislava?

La mostra ha avuto molto successo e ha girato moltissimo in tutti e cinque i continenti, con almeno una trentina di edizioni. Il bilancio quindi è stato finora davvero molto positivo, per almeno tre ragioni.

La prima è stata la possibilità che mi è stata data di conoscere un tessuto di persone che lavorano nelle o con le nostre ambasciate che fanno sforzi davvero eroici non solo per promuovere la cultura italiana, ma anche per favorire lo scambio ai livelli più alti con le altre culture. In tempi di magra e di taglia a strutture e personale non è affatto poco, e mi ha fatto scoprire un alleato importantissimo nel tentativo di produrre cultura (italiana) e di tenerla in contatto con tutto ciò che avviene in giro per il mondo.

La seconda corrisponde al potenziale di attenzione che l’eredità della cultura architettonica italiana è ancora in grado di magnetizzare nel mondo. Gli architetti esposti non hanno l’appeal di Piano o l’importanza dei maestri degli anni ’60 e ’70 e, di certo, la nostra architettura non è la più “di moda” nel mondo. Ciononostante oltre alle comunità italiane anche i residenti dei paesi che hanno ospitato la mostra sono accorsi non solo per vedere i progetti manche per discuterne e comprenderne il ruolo in relazione alla nostra gloriosa tradizione disciplinare.

La terza è stata senz’altro la possibilità, che ci è stata quasi sempre data, del contatto e della collaborazione con la cultura architettonica e artistica locale. A Istanbul abbiamo esposto e discusso, insieme ai dieci italiani, il lavoro di altrettanti giovani architetti turchi; a Valparaiso e a Prishtina, siamo stati inseriti nel programma della locale biennale di architettura; eventi simili si sono prodotti a Città del Capo, a Miami e in altre sedi. A Bratislava, grazie all’interesse e all’impegno dell’IIC, la mostra si espande sia nei contenuti che nel coinvolgimento dei progettisti nelle attività connesse all’esposizione. Sarà una tappa molto importante, anche per collaborare a ripristinare i rapporti tra due ambienti culturali e due comunità disciplinari molto importanti.

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Sopra: Progetto di Maria Giuseppina Grasso Cannizzo

Parliamo di uno dei temi in mostra. Ritiene che la pratica del riciclo o riuso architettonico si inserisca in un movimento più ampio a livello europeo? 

Penso decisamente di sì. Nel 2011 abbiamo fatto al MAXXI una grande mostra intitolata Recycle Strategie per l’architettura, la città, il pianeta. Era il frutto di una ricerca ampia e approfondita, che documentava non solo progetti “ecologicamente corretti” – dalle discariche trasformate in giardini alle rovine di ferrovie evolute in splendide passeggiate urbane – ma anche e soprattutto chi del riciclo era in grado di fare anche un dispositivo estetico caratteristico del terzo millennio, un po’ come l’arte aveva già fatto nel novecento con i baffi sulla Gioconda di Duchamp, i ritratti postprodotti di Warhol o mille episodi in musica e video nella fase finale del secolo. Pensiamo che l’idea di considerare il tema della memoria e della rovina dell’esistente sia decisamente un aspetto sul quale la cultura europea – ormai ostile alla tabula rasa protomodernista – può dare un grande contributo. E pensiamo anche che non basti il concetto di riuso, ormai ben digerito, ma che dobbiamo sostenere il riciclo, vale a dire un uso libero e creativo dei resti, dei materiali, dei frammenti di tutto ciò che non ha più senso e che non è ‘preserved’, vale a dire che non ricade nell’ambito del restauro tradizionalmente inteso.

Crede che le nuove generazioni di architetti siano complessivamente sensibili alle tematiche della sostenibilità, del risparmio energetico e del non consumo del suolo?

Assolutamente si! Semmai il problema è opposto: la mostra vuole combattere il rischio che i “giovani architetti” o i professionisti in generale, pensino che la buona architettura, l’innovazione che tanto manca al nostro paese e la creatività possano essere sublimati da una buona gestione energetica o dall’abuso di pannelli solari o altri dispositivi tecnologici. Insomma da una specie di buona creanza urbanistica. Già in altre fasi del secolo scorso si è pensato che la tecnologia o la buona funzione potessero essere l’unico elemento essenziale alla modernità architettonica. La mostra (Recycle allora oggi Piccole Utopie) intende combattere questo atteggiamento e far capire che l’innovazione o è anche estetica oppure non c’è.

I validi esempi in mostra infondono ottimismo circa la rivalutazione e riconversione del patrimonio industriale presente in molto aree dismesse. Che ne pensa?

Sono d’accordo, anche perché non abbiamo alternative: in Italia ci sono troppi architetti, troppi edifici costruiti, troppa propensione a passare a una cultura produttiva del tutto postindustriale. Se gli architetti non riciclano il loro stesso ruolo dentro una figura capace di individuare dove e come i metri quadri vanno reperiti e dove e come la miriade di “capannoni senza padrone” possono trasformarsi in un patrimonio utile allora sono finiti, salvo ovviamente Renzo Piano e pochi altri privilegiati.

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Sora: progetto di BAM Studio, Torino

Come è cambiato il rapporto fra gli architetti italiani e la committenza pubblica? 

Domanda cruciale. Gli architetti italiani hanno sempre considerato le istituzioni pubbliche come il loro principale datore di lavoro. E hanno anche accettato che la mediazione tra loro e i loro committenti passasse attraverso la politica e l’ideologia, e che quindi il lavoro fosse distribuito secondo criteri che mischiavano la qualità con altre esigenze. I progettisti, in sostanza, non  avevano quasi mai un contatto diretto con chi doveva poi abitare e/o usare i loro edifici. Si rivolgevano al “potere” politico e a quello culturale. Oggi tutto questo non esiste più e gli architetti italiani sono costretti a imparare un linguaggio che consenta loro di relazionarsi alle aziende, ai residenti delle case che costruiscono, ai cittadini delle città che pianificano. Per noi italiani è una condizione nuova e uno choc, che spesso cerchiamo di anestetizzare col rimpianto dei bei tempi andati, e questa mostra è un modo per rendersi conto che stiamo facendo dei passi avanti e che ci sono leader nuovi e nuove generazioni che stanno imparando ad operare con modalità più “occidentali” e più appropriate al secolo XXI.

Una caratteristica dell’architettura italiana contemporanea è la gestione del rapporto con il ricco patrimonio del passato e con il delicato paesaggio. Partendo dagli esempi in mostra cosa suggerirebbe ad altri architetti italiani? 

Penso che i progetti inclusi in Piccole Utopie ci suggeriscano che ci sono molti modi di gestire un patrimonio di memoria così ampio e pesante come quello che grava sulle spalle degli architetti italiani. Le preesistenze possono essere conservate, migliorate, trasformate anche radicalmente, eventualmente eliminate, sempre che il processo della loro trasformazione sia collegato a un miglioramento degli spazi e del contesto di vita degli abitanti. Suggeriscono anche che le loro Utopie – che in architettura servono sempre – non devono per forza essere planetarie e iperpolitiche, ma che possono partire e svilupparsi da questioni più piccole e più concrete, per poi inevitabilmente svilupparsi nella direzione di un confronto col mondo facilitatissimo dalla società dell’informazione contemporanea.

Partendo dall’esperienza di Giuseppina Cannizzo quanto è difficile affermarsi per una donna in un campo ancora dominato dagli uomini?

Una domanda trabocchetto ;-). Io lavoro in un bellissimo museo costruito da una donna (di carattere molto forte), la cui presidente è una donna e che ha come direttori  – arte e architettura – due donne. Nella mia facoltà ci sono più studenti donne che maschi e mediamente le donne sono più brave e intraprendenti, compreso per quel che riguarda la disponibilità e voglia di andare all’estero e in luoghi dove hanno più possibilità di realizzazione. È vero però che la gran parte delle architstar (anche se è una definizione ormai al tramonto) sono uomini e che molte delle mie ex-studentesse – per quanto brave – ancora devono lottare molto per avere in cantiere la stessa attenzione che hanno i maschi. Ma penso che l’architettura sia una delle professioni dove il gap va riducendosi rapidamente e dove potremo parlare abbastanza presto di parità, anche se Zaha Hadid dice sempre “se non fossi così aggressiva e odiosa non ce l’avrei mai fatta”.

(a cura di Antonia Grande, IIC Bratislava)

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