Il grande tabù del genocidio

Un secolo fa il massacro degli armeni. Le cause della rimozione e la competizione della memoria voluta da Erdogan. Ma non tutti i turchi sono negazionisti.

Museo-del-Genocidio-armeno-Yerevan_(foto_Hanay_wikipedia_CC)

Il centenario del genocidio armeno passerà alla storia, se non altro perché l’eco delle parole di Papa Francesco risuoneranno ancora potenti: nei giorni e negli anni a venire. Del discorso di Jorge Bergoglio s’è detto e scritto di tutto. Non è il caso di aggiungere altro. Il tema del centenario del genocidio parte, qui, da un’altra prospettiva. Da una località, a essere precisi. Gallipoli. Si trova sullo stretto dei Dardanelli. Lì, il 18 marzo di cent’anni fa, le forze francesi e britanniche, rinforzate da corpi australiani e neozelandesi, iniziarono con un bombardamento un’offensiva che nelle loro intenzioni avrebbe dovuto forzare lo stretto e spianare così la via verso Istanbul, costringendo alla resa gli ottomani, alleati del Reich tedesco. In questo modo il segno della grande guerra sarebbe cambiato bruscamente. Ma l’operazione fallì.

Lo sbarco terrestre avvenne dopo qualche settimana, il 25 aprile. Il giorno dopo il primo atto del genocidio armeno. A Istanbul, all’epoca chiamata ancora Costantinopoli, le autorità ottomane arrestarono centinaia di intellettuali armeni, deportandoli in Anatolia. Fu, quello, l’inizio di una violenta politica persecutoria. Dilagò e portò alla morte di un milione e mezzo di persone.

genocidio-armeno_titolo-NewYorkTimes-1915_(foto_wikipedia_CC)

Il metz yeghern, il grande male, come lo chiamano gli armeni, fu la conseguenza estrema delle politiche dei Giovani turchi. Così era definito il gruppo al potere nell’ultimo scorcio di vita dell’impero ottomano, la cui plurisecolare dimensione multinazionale era ormai evaporata, in ragione delle perdite territoriali originate dalle guerre balcaniche. Alimentate, a loro volta, dalle logiche predatorie delle potenze occidentali e della Russia. Questo vuoto spalancò il campo a una visione etnica e nazionalista, strutturata sull’idea di purificazione nazionale e sull’esigenza di serrare i ranghi davanti all’offensiva delle potenze europee. Due fattori tra loro intrecciati. I Giovani turchi se ne fecero interpreti con la teoria e i fatti. L’impero ottomano, in altri termini, doveva rinascere turco.

Il fondatore della Turchia moderna, Mustafa Kemal Ataturk, che militò nei Giovani turchi prima di distanziarsene e operare la grande rottura repubblicana, ha proseguito la costruzione e la narrazione di questa identità fondata sulla visione nuova e radicale del noi. Il massacro degli armeni divenne tabù.

Articolo di Matteo Tacconi. Prosegui su RassegnaEst.com.

Foto: impiccagioni ad Aleppo, 1916 Hanay/Wikimedia , Titolo del New York Times del 23.2.1915

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