Italiani all’estero, una risorsa immensa. Un libro spiega come “usarli”

Un’intervista ad Augusto Giannattasio, autore del libro “Italiani oltre frontiera”, al Giornale Metropolitano. L’autore spiega come creare una rete internazionale di cittadini, imprese ed istituzioni italiane per dare al nostro Paese un ruolo centrale nel mondo.

Sulla copertina di Italiani oltre frontiera vi è l’immagine di una storica Fiat Cinquecento rossa parcheggiata in una strada di Anversa, in Belgio, che evoca storie di italiani all’estero. Italiani che sono emigrati per lavorare e studiare e che hanno contribuito allo sviluppo economico e sociale dei paesi che li hanno osptitati e della stessa Italia. Per Giannattasio gli italiani sono “oltre frontiera” e non più “emigrati”.

D: Perché?

AG: «Nell’immediato dopoguerra, dopo il 1946 – spiega l’autore – gli italiani che lasciavano il nostro Paese lo facevano con l’idea di stare lontani per molti anni. Dopo appena quindici anni, dagli anni ‘70 in poi, è iniziata l’emigrazione stagionale, soprattutto di italiani che andavano in Nord Europa. Oggi viaggiare e tenere contatti è ancora più semplice e sono rare le partenze “definitive”, perciò si parla di italiani lontani dall’Italia, oltre frontiera».

D: Chi sono gli italiani all’estero?

AG: «Persone che partono non più per un bisogno ingente, quanto piuttosto per migliorare la propria posizione professionale e sociale. Sono studenti, operai specializzati, professionisti, imprenditori e manager che tengono legami molto forti con l’Italia, grazie ai viaggi frequenti e alla possibilità di comunicare. Basti pensare che in ogni momento, con uno smartphone, possiamo scrivere messaggi ad un amico o ad un collega».

D: Esiste ancora un orgoglio italiano?

AG: «Sì, e si manifesta con prepotenza soprattutto quando un italiano mette piede in un paese straniero. I nuovi emigrati, così come i vecchi, elogiano le bellezze e le bontà italiane: il territorio e i paesaggi, il clima e il sole, la cucina e i prodotti naturali, lo stile di vita. Invece quando parlano male dell’Italia – e lo fanno con amarezza e vergogna – danno la colpa alla classe dirigente, al “sistema”, alla politica».

D: Perché l’Italia è sfiduciata?

AG: «È inutile e difficile cercare un colpevole, un capro espiatorio. L’Italia si è trovata nel vortice della crisi finanziaria insieme a tanti altri paesi del mondo occidentale. È paradossale che chi produce beni e servizi debba subire le conseguenze dei “giochi” dei maestri della finanza: il nostro Paese produce vera ricchezza perché, malgrado le perenni difficoltà strutturali, eccelle in diversi settori. Oggi molti settori dell’export italiano sono in crescita e questo ha consentito ad alcune aziende di compensare la diminuzione del fatturato interno».

D: E le responsabilità della politica?

AG: «La classe dirigente gioca ancora secondo vecchi schemi, sembra che qualcuno abbia dato l’ordine “facite ammuina”, quelli che stanno a prua vadano a poppa, quelli che stanno a poppa vadano a prua. E intanto l’Italia resta immobile e inerte mentre i cambiamenti globali la investono. I privilegiati continuano a godere dei loro privilegi e il resto del paese soffre».

D: Sta aumentando il numero di italiani che vanno all’estero?

AG: «Dal 2011 al 2012, secondo l’Istat, è aumentato del 30 per cento il numero degli italiani che sono andati all’estero. Io credo siano molti di più, perché tanti emigrati sfuggono al censimento. Non siamo ancora in grado di contare con sufficiente precisione chi va, chi viene, chi cambia Paese e conoscere perché lo fa. All’Anagrafe degli italiani residenti all’estero, per esempio, sfuggono tantissimi nostri connazionali che preferiscono non registrarsi».

D: L’emigrazione va controllata o soltanto osservata?

AG: «Di più, va promossa, rilanciata, favorita! Il nostro Paese ha mostrato sempre poca attenzione a chi è emigrato all’estero, se non quando, nel secondo dopoguerra, si trattava di scambiare uomini per carbone con il Belgio. Oggi è necessario rilanciare il ruolo dell’Italia e dei suoi prodotti nel mondo per dare il giusto riconoscimento a un popolo laborioso e creativo, ad una nazione che potrebbe avere un ruolo politico ed economico centrale. Il fatto che i nostri connazionali lascino l’Italia, per un breve periodo o per tanti anni non è un fatto negativo in sé, se non fosse che all’estero ricevono spesso servizi consolari inadeguati, hanno pochi stimoli a ritornare, non vengono ascoltati o incoraggiati a scambiare informazioni fra loro e con le istituzioni. Gli italiani all’estero sono una risorsa immensa non valorizzata, potrebbero essere la testa di ponte nei rapporti commerciali delle imprese italiane all’estero e dei rapporti istituzionali fra gli enti locali italiani e stranieri».

D: Sembra un’utopia.

AG: «Macché! È più facile a farsi che a dirsi e faccio un esempio. Una piccola azienda agricola in Calabria potrebbe pensare di esportare l’olio extravergine di oliva a Malmo in Svezia, dove ci sono uno, due o tre italiani (trentini, calabresi, lombardi o piemontesi) che vivono e lavorano là. Il presupposto per realizzare questa impresa è che esista una piattaforma in cui persone, imprese e istituzioni possono dialogare. L’azienda calabra lancia un messaggio in bacheca: “Vorrei esportare il mio olio in Svezia”. Gli risponde il piemontese che fa l’impiegato in Svezia: “Posso diventare il promotore e trovare una decina di botteghe che vendono questo tipo di prodotti qui a Malmo”. Le istituzioni, camere di commercio, consolati, regioni ed altri enti, dovrebbero soltanto offrire strumenti per agevolare le imprese – contratti, consulenze, ricerche di mercato e statistiche – e restare a guardare. Questo progetto non è un sogno, si potrebbe mettere in piedi una piattaforma del genere su internet senza spendere chissà quali risorse».

(Adriano Mascarella per Giornale Metropolitano)

*Italiani oltre frontiera è stato pubblicato a maggio 2013 da Edizioni Momenti, 120 pagine, è disponibile a richiesta presso le librerie italiane o direttamente presso le librerie online, come IBS.it, Amazon.it

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