
Proseguiamo la conversazione con Uto Ughi, il rinomato virtuoso del violino, marchio di fabbrica dell’eccellenza italiana e sostenitore dell’educazione musicale alle giovani generazioni. Nel suo cahiers de doléances sulla situazione della musica in Italia, Ughi dice illuminandosi che «abbiamo dei teatri meravigliosi, ogni città ha il suo teatro della lirica, anche quelle più piccole», che sono retaggio di una grande tradizione. Ma con le nuove regole antincendio e gli ultimi restauri è stata rovinata l’acustica di quasi tutti i teatri italiani, senza discernimento, dando appalti a gente quantomeno incompetente se non malandrina. «Il Teatro San Carlo di Napoli, che è uno dei teatri migliori del mondo – lo era, due anni fa – è stato restaurato azzerando l’acustica, mettendo materiali non idonei. Rovinare l’acustica di un teatro significa distruggere la musica, il suono, che è la componente fondamentale della musica, come il colore per la pittura». E tutto questo, sottolinea, è successo nell’indifferenza generale. Possono sembrare i soliti lamenti di un artista, ma sono invece messaggi di un amore viscerale per la musica e l’armonia. Armonia nella musica, ma anche armonia nelle “cose”, nella vita. La sua passione traspare da ogni sua parola, dallo sguardo intenso, dal suo cercare il vocabolo, l’espressione giusta per esprimere una profonda sofferenza nel vedere come un Paese che ha avuto i migliori compositori ed esecutori si ritrova improvvisamente a piangere se stesso. È però chiaro nel dire che saranno i giovani a salvarci, dobbiamo solo dare loro una chance.
BS: Come vede il possibile futuro dei ragazzi nella musica classica?
UU: Io credo che i giovani siano molto più motivati e molto più impegnati di quello che appare nella società. Il guaio è che non sono aiutati. Chi studia musica in Italia oggi, per esempio, dopo 10 o 15 anni di Conservatorio, di sacrifici e di fatica, rischia di essere senza lavoro. Perché non c’è nessun collegamento tra istituzioni e strutture educative. Le istituzioni oggi in Italia – i grandi teatri e le società di concerti, che sono sempre meno – si servono con agenzie straniere che sono composte da lobbies di potere, da piccole mafie. L’Italia è il Paese dei corporativismi chiusi e dei privilegi. Per questo le riforme sono difficili da fare. Ognuno difende il suo piccolo feudo, siamo ancora al particulare di Guicciardini, dove non c’è una visione generale del bene comune.
I giovani, coloro che studiano con disciplina ed entusiasmo, rischiano di dover emigrare. In un Paese che ha dato i natali ai più grandi musicisti, è vergognoso essere arrivati a questo punto. L’Italia era una costellazione di piccoli enti musicali, culturali, anche in Provincia; era ricchissima di iniziative. Oggi sono tutti chiusi per mancanza di fondi. Fondi spesi in una sola direzione e tra le mani di gente che ha rubato. Metà dei teatri sono stati commissariati perché i direttori artistici e i sovrintendenti rubavano. Dove vince il merito questo non succede. In Italia il merito è quasi nocivo, quasi dannoso. Vince chi ha più appoggi ed è più furbo.
BS: Dunque lei vede un drammatico confronto tra Italia e resto del mondo.
UU: Mah, questa è una tendenza un po’ generale nel mondo, il merito conta meno di una volta. Però all’estero le istituzioni sono dirette da gente seria, gente che ha uno spessore. In Italia ci sono istituzioni tenute da dilettanti e gente del tutto inadeguata, messa dalla politica e senza merito. Mi spiace di essere così negativo, ma io vedo le cose in questo modo. Mi sento libero di parlare perché non appartengo né a lobbies né a partiti, tanti altri non possono dire o fare lo stesso.
BS: Mettiamo putacaso che lei domani viene nominato Ministro della Musica. Cosa farebbe nei primi cento giorni?
UU: Il Ministero della Musica non esiste… (ride). Questo non accadrà mai… Ma se mi dessero responsabilità culturali, prima di tutto darei alla musica nelle scuole uno spazio non solo accessorio, ma quale materia importante data la tradizione storica e culturale italiana. Oggi la musica è completamente esclusa. In Giappone o in Cina migliaia di ragazzini studiano uno strumento e vengono aiutati, incentivati. In Italia sono lasciati a se stessi. E poi farei una politica che promuove il merito, in modo che i giovani capaci non siano obbligati ad andare fuori, a emigrare per cercare migliori occasioni. Noi abbiamo dei giovani di vero spessore. Perché gli enti si servono di agenzie internazionali e non valorizzano invece le risorse nostre, che sono grandissime? In Venezuela il Ministro della Cultura Abreu è andato nelle favelas, nei quartieri poveri, a reclutare giovani. Li ha aiutati economicamente, e si sono formate orchestre che fanno invidia a tanti paesi del mondo. Questa sarebbe una delle cose da fare.

BS: Come ha visto cambiare il pubblico nel corso degli anni della sua carriera?
UU: Il pubblico oggi è sempre più anziano, con un’età media oltre i sessanta, settanta anni, i giovani vengono sempre meno. Questo è un po’ un fenomeno generale, anche a Vienna ho visto molti anziani. Ben vengano, del resto, sono quelli che tengono ancora in alto la tradizione. I giovani vanno ai concerti rock o pop. Il livello di comprensione del pubblico va di pari passo all’informazione. I media hanno completamente disconosciuto la musica di qualità – e la televisione italiana è devastante dal punto di vista culturale – portando il livello culturale generale a una quota estremamente bassa, il pubblico non è altro che una conseguenza di questo. I giovani sono come le spugne, se dai loro una cosa, loro assorbono e conoscono soltanto quello. Io non sono per una cultura unilaterale, sono piuttosto per l’informazione universale.
BS: Come si può far convivere la musica moderna di ogni genere con la musica antica, classica, seria? Il pubblico di domani, i giovani, oggi sono sempre più bombardati da ogni genere di suono.
UU: Chi viene bombardato non ha in effetti possibilità di scelta, e sceglie soltanto quello. Se parliamo invece di come innestare nei ragazzi una opportunità di scegliere qualcosa di diverso, allora basterebbe un po’ di buona volontà, inserendo nei palinsesti televisivi dei programmi di grande rilievo con musicisti che siano anche grandi comunicatori. Mi viene in mente una grande figura del passato, Leonard Bernstein, che fu un grande direttore d’orchestra e anche un grande comunicatore, a livello popolare, tanto che anche i bambini lo potevano capire. Perché, per esempio, non si trasmettono le trasmissioni di Bernstein in un orario di massa? La musica classica, quando passa in tv, è alle due del mattino…
BS: Come vede gli esperimenti “à la Pavarotti”, l’unione della musica moderna con la lirica o la musica antica?
UU: Secondo me sono due cose incompatibili. Pavarotti era una delle più belle voci che abbiamo avuto. Quando l’ho visto “berciare” con Zucchero in televisione mi ha fatto pena, era una cosa patetica, non era il suo ruolo, e del resto non lo sapeva nemmeno fare bene. Un grande cantante verdiano o pucciniano che si mette con Zucchero o questa gente, fa ridere. La musica leggera è leggera, lo dice la parola stessa. È meno impegnata. Un cantante di musica leggera non studia, non si sacrifica quanto un cantante di musica lirica. La Callas credo che non l’avrebbe mai fatto. Pavarotti è stato il primo a scendere a questi compromessi per la popolarità, cosa di cui del resto non aveva bisogno, una falsa popolarità.
BS: Il ruolo della musica classica contemporanea? Della musica “seria” scritta oggi?
UU: Gli autori contemporanei? Mah, c’è Penderecki, che è un grande musicista. Ma è difficile, c’è una sorta di frattura nata dopo la musica dodecafonica, ci sono esperimenti di sonorità strane che risultano molto difficili per il pubblico.
BS: Ancora oggi ascoltiamo musica scritta tre secoli fa come fosse una cosa normale…
UU: Ma perché la musica più grande è quella! La grande creatività si è esaurita a metà del Novecento. [BS: insomma, è un quadro fosco…]. No, non è così, il quadro fosco è questo miscuglio di generi, questa confusione, questo creare il caos nella gente che già ha poca cultura… Pensano che “se lo faceva Pavarotti, allora aveva ragione lui”, ma invece non è così. Ci sono comunque ancora compositori di grande serietà, creatori di genio nella musica di oggi.
Il tempo è scaduto, ci alziamo. Ughi lancia lo sguardo fuori dall’ampia finestra dell’hotel in cui è alloggiato, su piazza Hviezdoslav, a un passo dal Teatro Nazionale dove ha incantato la città appena la sera prima. Nota che ha smesso di piovere. Si rivolge ai presenti invitandoli a una passeggiata; con grande cortesia e affabilità si rivolge anche a me, «viene anche lei?». Chiede di Vienna, quanto dista da qui, e si scioglie in un giudizio languido sulla capitale asburgica, «città meravigliosa. Vivrei volentieri a Vienna, perché c’è ancora un’atmosfera culturalmente molto…vivace. C’è la tradizione». La tradizione, quella che Ughi con tenacia difende e propaga perché non vada persa. Come ha detto convinto poco più sopra, quella antica è «la musica più grande». Spiacente per i compositori contemporanei.
- 2 Fine (qui la prima parte)
(Pierluigi Solieri)


















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