
L’Ungheria dichiara lo stato d’emergenza per la guerra in Ucraina. Lo ha stabilito il premier Viktor Orban attribuendosi così il diritto a governare per decreto in risposta a una “crisi economica” causata dal conflitto nella vicina Ucraina e dalle sanzioni contro la Russia. Il premier ha fatto ricorso ad una norma appena approvata dal Parlamento di Budapest – dominato dal suo partito, Fidesz, dopo la schiacciante vittoria alle elezioni del mese scorso – che ha di fatto emendato la Costituzione dando al governo ampio margine di manovra e poteri speciali per reagire immediatamente alle conseguenze del conflitto. L’obiettivo, ha spiegato Orban in un video su Facebook, è “salvaguardare gli interessi di sicurezza nazionale dell’Ungheria, assicurarci di stare fuori dalla guerra e proteggere le famiglie ungheresi”. Il suo governo annuncerà le prime misure nel corso della giornata di oggi. “Il mondo sta affrontando una crisi economica. L’Ungheria deve stare fuori da questa guerra. Abbiamo bisogno di spazio di manovra e libertà di agire”, ha detto ancora il premier ungherese, il cui esecutivo aveva ottenuto i pieni poteri già durante la pandemia di coronavirus. La differenza – osserva Emese Pásztor, direttrice del Progetto per le libertà politiche dell’Unione per le libertà civili ungheresi (TASZ) – è che da oggi in Ungheria i poteri emergenziali sono diventati il “New Normal”, nel senso che “l’emergenza diventa la norma, che mette in pericolo i nostri diritti fondamentali in quanto diluisce ulteriormente i poteri legislativi del parlamento”.
L’Europa sotto scacco?
Sul fronte delle sanzioni alla Russia, intanto, l’Ungheria prosegue il suo braccio di ferro con l’Unione Europea: ieri la stampa ha diffuso i contenuti di una lettera inviata da Orban al presidente del Consiglio Europeo Charles Michel in cui il premier ha sostanzialmente chiesto di stralciare la questione dal Consiglio previsto il 30 e 31 maggio, in quanto “discutere il pacchetto di sanzioni in assenza di un consenso sarebbe controproducente”. Secondo Orban, la discussione “evidenzierebbe solo le nostre divisioni interne senza offrire una possibilità realistica di risolvere le differenze”. Dichiarazioni che allontanano ogni speranza di raggiungere un accordo sull’embargo entro la prossima settimana, come ha ammesso la presidente della Commissione Ursula von der Leyen in un’intervista a Politico. L’Ungheria è tra i paesi europei maggiormente dipendenti dal petrolio e dal gas russo e il suo veto da solo basta a bloccare l’approvazione dell’embargo a 27. Per convincere Budapest la Commissione ha proposto una deroga all’embargo fino a fine 2024 (due anni addizionali rispetto agli altri stati membri), e fondi per costruire nuovi oleodotti e aggiornare le raffinerie. Non c’è stato niente da fare e, in cambio del ‘sì’, Orbán ha chiesto 3 miliardi di euro, ma soprattutto lo sblocco dei 7 miliardi del Pnrr ungherese, attualmente congelati dalla Commissione per la condizionalità al rispetto dello stato di diritto.
[…continua]

Rispondi