
Cari lettori di BuongiornoSlovacchia,
oggi vi propongo una storia vera di un’amicizia nata per corrispondenza 35 anni fa. L’ho voluta fortemente condividere con voi, dopo che mi è stata raccontata da due protagoniste (che desiderano restare anonime, perciò ho scelto io per loro dei nomi di fantasia): Sofia, la slovacca e Olga, l’ucraina.
Non me ne vogliate se per raccontarvi l’inizio di questa amicizia prendo in prestito alcuni passaggi dal mio romanzo (Dal diario di una piccola comunista, 2020, Youcanprint, pg. 215-217):
«[…] L’”Incontro accanto al samovar” presupponeva la presenza di quella specie di pentola di origine russa, specifica per la preparazione del tè nero. A me il tè preparato in quella pentola-buffa-a-forma-di-lampada-di-Aladino-o-di-torre-cinese non piaceva per niente. Purtroppo, bisognava non solo berlo, ma anche fare la faccia entusiasta, per ingraziarsi l’immancabile ospite arrivato dall’Urss. A volte, era un Pioniere accompagnato dal suo capogruppo, altre volte un veterano di guerra. Era interessante sentirli parlare e cercare di capire quel che dicevano, prima che l’insegnante di russo traducesse.
Il russo si cominciava a studiare, come unica lingua straniera, al secondo grado, cioè dalla quinta elementare. All’inizio non si faceva altro che imparare a leggere gli strani caratteri in cirillico e a scriverli sia in stampatello sia in corsivo. Dalla sesta elementare si iniziava la grammatica, dalla settima le lezioni erano arricchite anche da brani di letteratura e di storia.
Per la festa dell’”Incontro accanto al samovar” dell’anno precedente, a dicembre del 1985, l’ospite, un capogruppo di Kiev in visita presso la nostra città, si era presentato con un sacco di iuta. Era pieno di lettere scritte dagli amici Pionieri ucraini e bielorussi della nostra età. Potevamo sceglierne fino a tre da portarci a casa, dando la nostra parola di Pioniere che avremmo risposto ai mittenti. Io ne presi solo due, inviate da due ragazze. Temevo di non riuscire a decifrare la loro calligrafia e di non saper scrivere bene come avrei voluto.
Si rivelò un’attività simpatica. Le buste contenevano anche cartoline e biglietti d’auguri originali, tanto graziosi da indurre a esporli in una bacheca. Le lettere, poi, non erano mai lunghe, essendo indirizzate a un Pioniere ancora sconosciuto. Erano molto generiche e rivelavano poco su chi le aveva scritte.
Scrissi una lettera ad ambedue le ragazze. Una non rispose, l’altra sì. Si chiamava Nataša e viveva a Narodychi, un paesino a circa centocinquanta chilometri da Kiev. Purtroppo avremmo mantenuto la nostra amicizia per corrispondenza soltanto per alcuni mesi.
Nei primi di maggio del 1986, Nataša dovette traslocare insieme alla sua sorellina. Sarebbero andate a stare dalla nonna che abitava a Vladivostok. Sì, quella in Siberia, capolinea della Transiberiana: quasi alla fine del mondo! Nataša mi scrisse che si trasferiva a causa dell’incidente a Černobyľ, avvenuto il 26 aprile, a pochi chilometri da casa loro. Il Partito aveva stabilito il piano di evacuazione degli abitanti dalle zone contaminate e il papà di Nataša aveva indicato la casa della nonna a Vladivostok come meta per le figlie. Il più lontano possibile.
[…] Così, Nataša mi scrisse la sua triste lettera di addio e non ricevetti più sue notizie.»
Fin qui il romanzo.
Ed esattamente come successe nel romanzo, anche Sofia con l’occasione di un “Incontro accanto al samovar” riceve una letterina della pioniera ucraina, Olga, e da lì inizia la loro corrispondenza. È il 1987, entrambe le pioniere frequentano la seconda media: una in Slovacchia, l’altra in un paesino nella zona di Saratov, in Russia.

Olga è nata nella zona di Kiev, ma nel 1986, dopo l’incidente a Černobyľ, i suoi genitori (la mamma è ucraina e il papà russo) hanno mandato la loro unica figlia a Saratov dalla babuška, la nonna paterna, per salvare la bambina il più possibile dalle radiazioni nocive, rimanendo loro stessi a lavorare a Kiev. Così mentre Olga frequenta le medie a Saratov, inizia la sua amicizia per corrispondenza con la slovacca Sofia. Nel 1989 Olga torna dai suoi genitori a Kiev, e continua gli studi in ucraino alle scuole superiori, all’Istituto Tecnico di Geodesia e Cartografia, e diventa una cartografa. I contatti con Sofia continuano tramite la corrispondenza tradizionale: le lettere che si scambiano sono scritte a mano, in russo. Nel 1994 inizia la vita lavorativa per Olga e quella universitaria per Sofia, e le lettere lentamente smettono di arrivare.
Passano vent’anni, poi quasi venticinque. Le ragazze iniziano a cercasi reciprocamente tramite i social, soprattutto su Facebook. Ma non riescono a trovare la “giusta” Sofia e la “giusta” Olga. Olga scrive a una quantità di donne slovacche che hanno lo stesso cognome di Sofia, ma nessuna le risponde. Olga non può certo sapere che nel frattempo Sofia si era sposata e, come da usanza slovacca, ha assunto il cognome del marito. Sofia fa la stessa ricerca, invano. Infine trova un profilo praticamente inattivo, con pochissime foto, dal nome semplice: “Olga Kiev”. Ma la giovane che vede ritratta su quel profilo potrebbe essere proprio la “sua” Olga. Così Sofia scrive una riga, aggiunge la foto di Olga dodicenne, e dice di cercare la ragazza là ritratta.

Giacché a volta la vita ci sorride, il profilo quasi anonimo di Olga si rivela quello giusto: così Sofia e Olga si ritrovano nuovamente e, come si dice oggigiorno, le amiche “fanno amicizia” anche su Facebook. È il 2017.
Le ragazze nel frattempo sono diventate donne, ognuna con il suo bagaglio di esperienze vissute, gioie e lacrime versate. Olga lavora come cartografa a Kiev, vive alla periferia della città, non è sposata e non ha figli. Adora passeggiare, stare con gli amici, si dedica al fitness, ama la natura, particolarmente i fiori. Sofia insegna e disegna, ha due figli e tanto amore per l’arte.

Si tengono in contatto tramite Facebook. I messaggi scambiati sono sporadici, ma c’è sempre l’interesse a non lasciar spegnere la fiammella riaccesa dopo tanto tempo.
Poi, il 24 febbraio 2022, l’invasione russa. Il mondo guarda incredulo. Gli stati confinanti sentono il gelo del terrore che arriva dalle pianure ucraine e c’è chi comincia a organizzare i soccorsi e i volontari.
La sera del 26 febbraio, temendo il peggio, Sofia manda tramite WhatsApp a Olga una timidissima domanda: Come va?
La risposta è puntuale: Stiamo nascosti in un rifugio antiaereo.

Sofia, che non ha mai visto Olga di persona, le risponde con poche parole ma essenziali: Se tu e i tuoi genitori volete venire in Slovacchia, vi aiuterò io. Dimmi cosa posso fare.
Ma Olga ha paura di partire, le strade sono già molto pericolose. Una settimana più tardi, su insistenza dei suoi genitori, decide di partire per la Slovacchia, per trovare rifugio da quell’amica per corrispondenza che non ha ancora mai guardato negli occhi.
Dopo un viaggio di tre giorni fatto in treno fino a Ľvov (Leopoli) e poi a Užgorod (Užhorod), un breve riposo nel campo dei rifiugiati allestito in una scuola ungherese, alla fine Olga attraversa la frontiera a piedi a Vyšné Nemecké per entrare finalmente in Slovacchia. I volontari la mandano con un autobus a Košice, dove intraprende un’ultimo viaggio in treno per Bratislava.
Sofia, la sua amica per corrispondenza, la ospita nel suo minuscolo ma accogliente appartamento. Olga continua a essere collegata giorno e notte tramite Skype con i suoi genitori pensionati; per fortuna nel loro rifugio c’è ancora la corrente e si possono ricaricare i telefonini. Dopo lunghi giorni e notti passate a dormire nei sotterranei di un ospedale, gli anziani sono ormai molto stanchi e smarriti. Temono però di abbandonare la loro cittadina, il loro appartamento e quello di Olga (comprato e ristrutturato solo un anno fa) sono ancora intatti e loro continuano a sperare in un miracolo, che tutto finisca presto. Olga prega i suoi di seguirla, e passati dieci giorni, anche loro intraprendono il viaggio per la Slovacchia.
Vengono accolti dai volontari della Caritas e dopo alcuni giorni trovano alloggio presso una famiglia, non lontano dalla casa di Sofia, dove ora viene ospitata la loro unica figlia.
Perciò adesso sia Olga che i suoi genitori vivono in Slovacchia. Il loro desiderio è quello condiviso dai tutti i loro connazionali: vedere presto la fine del conflitto per poter ritornare nella loro città, per ricominciare la loro vita nella terra dei loro avi. Alla mamma di Olga mancano molto i libri, è una lettrice appassionata, e la biblioteca comunale purtroppo non tiene se non pochissimi volumi in russo. Il papà insieme alla figlia fanno delle lunghe passeggiate sull’argine del fiume; nella natura che si sta risvegliando credono di cogliere una speranza per un futuro in pace. Olga si impegna a imparare lo slovacco. Tutta la famiglia è molto riconoscente per ciò che sta facendo per loro lo Stato slovacco. E sono molto grati a Sofia, che li ha accolti come parenti, li aiuta in tutto, cerca di farli sentire a casa, e come lei anche tutta la sua famiglia. Da quando Olga e i suoi genitori stanno in Slovacchia hanno incontrato molte brave persone, ognuna delle quali ha cercato in qualche modo di aiutarli, sostenerli. Sono felici di aver accettato l’invito di Sofia e di aver conosciuto la Slovacchia, gli slovacchi e la famiglia di Sofia.
Ma tutto ciò probabilmente non sarebbe mai accaduto se la mano di Sofia, in quel pomeriggio di “Incontro accanto al samovar“, dal sacco di iuta pieno di centinaia di lettere non avesse pescato proprio quella di Olga. E se dopo trentacinque anni, in nome di quell’amicizia per corrispondenza nata fa due ragazzine dodicenni, nel momento così difficile per Olga e per i suoi cari Sofia non avesse reagito d’istinto rendendosi conto che nella vita il valore più alto è la vita stessa.

Ringrazio molto Olga e Sofia per aver condiviso con me e con voi la loro straordinaria storia.
(Michaela Šebőková Vannini)
Foto: dagli album di Olga e Sofia,
sevdamujgan/CC0, moshehar/CC0



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