
Esattamente il 6 marzo di due anni fa veniva confermato il primo caso di COVID-19 in Slovacchia. Il giorno dopo anche i suoi famigliari stretti risultavano positivi al coronavirus. Il figlio del paziente 52enne trovato positivio per primo, residente in un villaggio a tre chilometri dalla cittadina di Malacky, nella Slovacchia occidentale, era rientrato da pochi giorni dall’Italia, precisamente da Venezia. Negli sforzi per identificare il cosiddetto “paziente zero” si è discusso per giorni sul fatto che il padre forse aveva avuto sintomi prima che tornasse dall’Italia il figlio, che comunque era asintomatico.
Già il 10 gennaio 2020 l’Ufficio di sanità pubblica slovacco diffondeva un avvertimento per i viaggiatori in relazione all’insorgenza di una polmonite virale in Cina, precisamente nella città di Wuhan, causata da una nuova specie di coronavirus. L’ÚVZ raccomandava ai viaggiatori slovacchi di non recarsi in mercati locali che vendono pesce e animali vivi, e di monitorare il proprio stato di salute nel corso di un viaggio in Cina e al rientro, in particolare per quanto riguarda l’insorgenza di febbre, dolore toracico o difficoltà respiratorie.
Due settimane più tardi, il 23 gennaio, l’Ufficio di sanità pubblica emetteva le prime linee guida per le autorità sanitarie regionali e il 27 gennaio veniva istituito un call center informativo per il pubblico. Il 30 gennaio l’OMS dichiarava lo stato di emergenza sanitario globale.
Dopo la scoperta il 6 mazo 2020 del primo caso di Covid, il 10 marzo entravano in vigore in Slovacchia le prime misure di contenimento a livello nazionale riguardanti in particolare l’ingresso nel paese di persone dall’estero, il divieto di eventi di massa e di visite nei reparti di degenza di ospedali e case di riposo. Ma già dal 9 marzo era impossibile volare tra Italia e Slovacchia, dopo che il governo di Peter Pellegrini decretò lo stop a tutti i voli da e per l’Italia su tutti gli aeroporti slovacchi, sconsigliando ai propri connazionali di recarsi a sciare in Italia e in Austria.
L’11 marzo 2020 l’OMS alzava il tiro e dichiarava lo stato di pandemia globale. E il governo dichiarava lo stato di emergenza nazionale in Slovacchia, in vigore dal giorno successivo. Una settimana dopo il numero di casi in Slovacchia superava i 100. Il 25 marzo entrava in vigore l’obbbligo di usare una mascherina in pubblico, o almeno di coprire le vie respiratorie con una sciarpa o un velo.
Dopo due anni e quattro ondate del coronavirus, la situazione in Slovacchia sta migliorando ma non è ancora buona, con un numero di nuovi casi in questi giorni che superano i 10.000 al giorno, e la percentuale del tasso di positività nei test PCR eseguiti è ancora intorno al 50%. Per l’Ufficio di sanità pubblica significa che il numero di casi è effettivamente superiore a quello che i test sono in grado di mostrare. Anche se gli effetti della variante omicron stiano affievolendosi, è dunque necessario continuare a rispettare i principi base di protezione individuale, e quindi indossare le mascherine, tenere un’igiene accurata delle mani e il distanziamento sociale, in particolare dal persone non conosciute.
Secondo gli ultimi aggiornamenti, i dati del Covid relativi a domenica 6 marzo mostrano che nelle ultime ventiquattrore ci sono stati 3.419 tamponi molecolari positivi su 6.564 esaminati (52%), e 1.246 persone sono risultate positive con uno dei 7.086 test antigenici effettuati ieri (il 17,5%). I morti registrati ieri sono 17, e il conteggio totale delle vittime attribuite alla pandemia di COVID-19 si sta avvicinando a 19.000. Negli ospedali ci sono 2.547 persone con la malattia confermata e sono 302 i pazienti in terapia intensiva.
Il numero complessivo dei test RT-PCR trovati positivi finora è superiore al milione e mezzo, e precisamente 1.512.913.
(Red)
Illustrazione:
Buongiorno Slovacchia

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