
L’intervento russo in Ucraina ha rilanciato in modo drammatico la questione dell’allargamento della NATO. Sinora, l’Alleanza atlantica è stata chiara nel sostenere come l’ammissione di nuovi membri debba avvenire “conformemente alle disposizioni dei vari documenti dell’OSCE, che confermano il diritto sovrano di ogni Stato di definire
liberamente le proprie scelte di sicurezza” e come a nessun Paese fuori dall’Alleanza stessa possa essere concesso un diritto di veto o un ‘droit de regard’ su tale ammissione e le relative decisioni. È il cosiddetto ‘principio della porta aperta’, contenuto nell’articolo 10 del trattato Nordatlantico del 1949 e successivamente ribadito in numerose occasioni. Intorno a questo principio si è consumato, negli scorsi anni, il cuore del confronto fra la NATO e la Russia e la difesa di questo principio è una delle ragioni della guerra attuale. Qualunque sia l’esito del conflitto, difficilmente esso sarà accantonato. Nelle scorse settimane, Bruxelles ha già sottolineato come la richiesta di Mosca di un impegno formale a non proseguire nella politica di allargamento e a ritirare le truppe e gli assetti schierarti nei Paesi entrati nella NATO dopo il 1999 non possa essere presa in considerazione come una seria base negoziale. L’avvio delle operazioni militari ha rafforzato ulteriormente questa posizione. Parallelamente, esso ha contribuito ad avvicinare all’Alleanza Paesi come la Svezia e la Finlandia, nei quali – da qualche tempo a questa parte – la ‘voglia di NATO’ nell’opinione pubblica sembra essere in aumento.
Gli Stati scandinavi collaborano con la NATO da tempo. Entrambi sono parte del programma Partnership for Peace (PfP) sin dall’epoca sua attivazione, alla metà degli anni Novanta, e loro personale militare ha partecipato a diverse missioni dell’Alleanza. Truppe svedesi e finlandesi sono, inoltre, coinvolte nelle attività addestrative NATO, come nel caso dell’esercitazione Trident Juncture 18, nell’ottobre-novembre 2018. Proprio Trident Juncture 18 e il coinvolgimento di Svezia e Finlandia sono stati, a suo tempo, ulteriori elementi di frizione con la Russia, che ha voluto vedervi l’ennesima manifestazione della politica aggressiva di Bruxelles. Nonostante le diverse valutazioni che i due Paesi danno dell’utilità del sistema di sicurezza collettiva e nonostante l’abbandono del modello della ‘neutralità scandinava’ appaia ancora lontano, i segnali di un avvicinamento fra Stoccolma, Helsinki e Bruxelles sono, comunque, diversi. In linea con una traiettoria che interessa anche la Norvegia, negli ultimi dieci anni, fra l’altro, le spese militari hanno sperimentato un trend nettamente crescente sia in Svezia, sia in Finlandia, passando (a prezzi costanti), fra il 2010 e il 2020, da 4,958 a 6,234 miliardi di dollari nella prima e da 3,530 a 3,986 miliardi di dollari nella seconda (dati SIPRI). Sul fronte NATO, il rapporto finale del Gruppo di riflessione costituito nell’ambito del programma #NATO2030 presenta lo sviluppo e l’eventuale rafforzamento della partnership con Svezia e Finlandia come un possibile modello per quelle in altre regioni.
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Foto wiki CC0

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