
In Ucraina è calata la “nebbia della guerra”. L’espressione di Clausewitz rende bene l’idea di cosa accade nel momento in cui, dallo scambio di note diplomatiche, si passi all’altro linguaggio della politica, lo scambio dei colpi di cannone, per rimanere alle immagini del nostro. Adesso tutto diviene più incerto, confuso, poco o affatto prevedibile. Questo vale tanto per le forze impegnate sul campo quanto per tutti gli altri spettatori o protagonisti del conflitto. Nondimeno quanto sin qui accaduto non era e non è affatto incomprensibile, inspiegabile; tanto meno è frutto di “irrazionalità”, come pure è stato detto e scritto. È invece vero il contrario.
Putin ha portato a compimento il suo disegno con un’azione militare diretta, che per le sue caratteristiche e dimensioni mostra di essere stata preparata da molti mesi. Questo nel quadro di una strategia pluriennale senza reale soluzione di continuità concettuale, le cui tappe ad alta intensità di violenza sono evidenti: 2008 Georgia; 2014 Donbass-Crimea; 2020 Nagorno-Karabakh; 2022 Ucraina.
Quella in Ucraina è stata ed è un’azione progressiva, fatta di componenti e mezzi diversi. Fino a ieri la violenza, componente ultima, più radicale e pericolosa di questa strategia, era minacciata. Adesso è messa in atto. Putin ha varcato un limite netto, ha compiuto la scelta di Cortés. Il condottiero spagnolo, sbarcato sulla costa del Messico, incendiò le proprie navi. Decise così di precludere a sé stesso e ai propri uomini ogni possibile via di fuga, qualsiasi opzione che non fosse quella di andare avanti, sfidare l’impero azteco e conseguire il proprio obbiettivo di conquista. Anche Putin ha bruciato le navi, tagliato i ponti; anzi, ha dato fuoco all’erba alle sue spalle col vento che soffia dietro di lui. Una fase si è chiusa.
Di Luciano Bozzo, professore di Relazioni internazionali e teorie della politica internazionale all’Università di Firenze.
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Foto kremlin.ru cc by

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