
Dopo oltre sei anni di stallo, la crisi tra istituzioni europee e i governi di Polonia e Ungheria sullo stato di diritto arriva ad una svolta: la Corte di giustizia europea ha respinto il ricorso dei due paesi contro il meccanismo di condizionalità che vincola l’erogazione dei fondi europei al rispetto dello stato di diritto. Budapest e Varsavia chiedevano di annullare il regolamento che permette alla Commissione di sospendere i pagamenti a quei paesi membri in cui lo stato di diritto è minacciato. Polonia e Ungheria si erano rivolte alla Corte di giustizia nel marzo del 2021, definendo il meccanismo, in vigore dal 1° gennaio 2021, “un’interferenza illegale” negli affari interni dei singoli stati membri.
Ora la Commissione dovrà valutare se e quando attivare il meccanismo che potrebbe privare i due stati membri di parte dei fondi stanziati nell’attuale bilancio pluriennale (2021-2027) e nell’ambito del Next Generation Eu. Finora Bruxelles ha già sospeso l’iter di approvazione del Pnrr di 36 miliardi di euro per la Polonia e di 7,2 miliardi di euro per l’Ungheria. Il rischio per Budapest e Varsavia è quindi di vedere sfumare non solo questi fondi ma almeno una parte di quelli normalmente ricevuti dal bilancio Ue. Per questo, la sentenza potrebbe portare lo scontro ad un livello ancora più alto. Come sintetizza una fonte comunitaria al quotidiano francese Le Monde, il premier polacco Mateusz Morawiecki e quello ungherese Viktor Orban lo hanno detto chiaro e tondo: “Siamo membri del Consiglio e possiamo complicare ogni dibattito”.
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Foto premierrp CC0

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