Il rebus russo-ucraino, tra tensione e rassicurazioni

Di Andrea Gaiardoni – Certo, le immagini satellitari diffuse dall’intelligence americana non lasciano presagire nulla di buono: decine di migliaia di soldati (circa 120mila secondo l’ultimo rapporto) acquartierati lungo gli oltre duemila chilometri di confine che separano la Russia dall’Ucraina. Un’enorme quantità di mezzi militari (dai missili “Iskander” ai carri armati), ospedali da campo già installati, scorte di carburanti, di pezzi di ricambio, di viveri, a “rinforzare” quella linea del fronte. Ma la domanda è: perché? Davvero Vladimir Putin è a un passo dall’impartire l’ordine di invadere l’Ucraina, come sostengono la Nato e l’Unione Europea, che arrivano perfino a indicare il numero esatto dei soldati russi che sarebbero chiamati a partecipare all’operazione (175mila) indicando la fine del prossimo mese di gennaio come la data più probabile per un attacco? O si tratta soltanto di una minaccia (esibita, ostentata, com’è nello stile del presidente russo) per mettere pressione alla presidenza ucraina, dichiaratamente e intollerabilmente filo-occidentale, per evitare di far scivolare il paese nelle braccia della Nato?

Il video-vertice di martedì sera tra Putin e il presidente americano Biden, colmo di tensioni al di là dei sorrisi di facciata, non ha sciolto i dubbi. Ciascuno ha tracciato la propria “linea rossa”, non oltrepassabile, oltre la quale una reazione sarebbe inevitabile. Per la Russia, la Nato deve interrompere immediatamente i suoi progetti di espansione a oriente (e l’Ucraina smetterla di dialogare con l’Alleanza Atlantica e con l’Unione Europea). Per gli Stati Uniti, che ribadiscono come sia una priorità la difesa della sovranità ucraina, Mosca deve ritirare immediatamente le truppe dal confine, minacciando severissime sanzioni economiche in caso di attacco, anche parziale.

Nel mezzo di questo braccio di ferro c’è l’Ucraina, che già nel 2014 ha dovuto subire la silenziosa annessione russa della Crimea (qui la storia, compreso l’ultimo decreto della Federazione Russa, emesso lo scorso marzo, che rende “stranieri” gli ucraini su gran parte dei territori della penisola occupata) e che tuttora deve fare i conti con i movimenti separatisti (filorussi e foraggiati da Mosca) che rivendicano l’autonomia nella regione del Donbass (con la proclamazione d’indipendenza, sempre nel 2014, delle Repubbliche Popolari di Doneck e di Lugansk, nell’est del Paese): un conflitto tuttora in corso che in sette anni è già costato 14mila vittime, con una drammatica emergenza umanitaria che coinvolge oltre tre milioni di civili). Il ministro degli Esteri ucraino, Dmytro Kuleba, ha ribadito che si opporrà a qualsiasi tentativo di “pressione” russa per annullare il progetto di adesione alla Nato dell’Ucraina: «Respingo l’idea che dobbiamo garantire qualcosa alla Russia – ha dichiarato Kuleba -. Insisto sul fatto che è la Russia che deve garantire che non continuerà la sua aggressione contro nessun paese. E permettetemi di affermarlo ufficialmentel’Ucraina non pianifica un’offensiva militare nel Donbass. Ci dedichiamo alla ricerca di soluzioni politiche e diplomatiche al conflitto». Ma intanto Kiev ha schierato 125mila soldati a presidiare proprio quel confine: meglio essere prudenti.

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Foto Nato cc by nc nd

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