Per accelerare la transizione ecologica occorre aumentare il prezzo delle emissioni

Secondo la Banca Mondiale, attualmente almeno 45 Stati e 34 aree subnazionali applicano in totale oltre 60 misure di carbon pricing. Cioè sistemi per attribuire un prezzo ai gas a effetto serra che vengono riversati nell’atmosfera per produrre merci o effettuare servizi. Oggi è soggetto a questo tipo di regime circa un quinto delle emissioni globali (21,5%, l’equivalente di 11,65 miliardi di tonnellate di CO2), in crescita rispetto al 15% del 2020.

Il prezzo delle emissioni di CO2 è ancora troppo basso

Il problema è che il costo dei “diritti ad inquinare”, mediamente, è ancora troppo basso. L’Institute for Climate Economics (IC4E) ha calcolato che oltre il 46% delle emissioni soggette a carbon pricing ha un prezzo inferiore a 10 dollari (8 euro circa) per ogni tonnellata di CO2 equivalente emessa. Servirebbe molto di più.


Mappa mondiale dei prezzi delle emissioni di CO2  ©I4CE / Valori.it

In uno degli studi più accreditati sul tema – elaborato nel 2017 da un gruppo di esperti designati dalla Banca Mondiale – si stima che per raggiungere uno scenario compatibile con gli obiettivi dell’Accordo di Parigi, ogni tonnellata di CO2 dovrebbe costare tra i 40 e gli 80 dollari. Secondo la Banca Mondiale solo il 3,76% delle emissioni globali oggi arriva a questo livello. Gli esperti ritengono necessario incrementare ulteriormente il prezzo dei gas serra a 50-100 dollari entro il 2030. Inoltre, questo calcolo è valido se al carbon pricing vengono affiancate altre iniziative, come la creazione di infrastrutture per la mobilità, o schemi per incentivare gli investimenti in ricerca e sviluppo. Secondo IC4E i Paesi in cui il prezzo delle emissioni è più elevato sono Svezia, Lichtenstein e Svizzera.

Perché il carbon pricing è utile a contrastare il cambiamento climatico

Per passare a un’economia carbon neutral (cioè priva di impatti negativi sul clima) le imprese devono produrre beni e servizi senza disperdere gas ad effetto serra nell’atmosfera e assorbire le emissioni che non sono evitabili. Il cambiamento ha un costo: gli investitori pubblici e privati devono finanziare i progetti di decarbonizzazione delle imprese, sostenere le attività verdi (per esempio la produzione di energia da fonti rinnovabili), e stimolare l’innovazione tecnologica.

Per azionare questi meccanismi è indispensabile che le imprese e gli investitori trovino incentivi. Vale a dire, le attività a elevate emissioni devono risultare più costose (o comunque meno convenienti) rispetto a quelle sostenibili. Per esempio, è stato stimato che in Europa siano necessari investimenti pari a 28 miliardi di euro per raggiungere la neutralità climatica entro il 2050. Secondo le attuali condizioni di mercato il 50% di questi investimenti non sarebbe conveniente in base a valutazioni di costo, rendimento e rischio.

Una delle soluzioni può essere rappresentata proprio dal carbon pricing che consiste appunto nell’attribuire un prezzo ai gas serra: più un processo ne emette, più è costoso. E questo è compito dei governi.

Carbon tax e mercati per le quote di emissioni: come si dà un prezzo ai gas serra

Ci sono diversi modi per attribuire un prezzo ai gas serra. L’importo viene espresso in tonnellate di CO2 equivalente (tCO2e), cioè in rapporto alla quantità CO2 che avrebbe lo stesso effetto sul clima rispetto al gas preso in considerazione. Due dei sistemi più diffusi sono le tasse sul biossido di carbonio (o carbon tax) e i mercati per lo scambio di emissioni (o ETS, da Emission Trading Scheme).

Questi sistemi vengono definiti anche cap-and-trade. I governi, cioè, stabiliscono un tetto alla quantità di emissioni consentite all’interno del mercato in un dato periodo di tempo (cap) e definiscono un certo numero di quote, cioè di licenze a emettere, che le imprese possono vendere o acquistare. Periodicamente il tetto viene abbassato e la quantità di quote viene ridotta. La riduzione dell’offerta provoca un aumento dei prezzi, con il risultato che acquistare una licenza (quindi un diritto a emettere) diventa sempre più costoso. Uno degli ETS più grandi al mondo è quello dell’Unione europea. Lanciato nel 2005, copre circa il 40% delle emissioni generate dai Paesi membri. Associato ad altre misure, ha contribuito a ridurre le emissioni di più del 40% in settori ad alta intensità di gas serra, come la produzione di energia.

[… continua]

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Foto niekverlaan/CC0

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