
Dopo il crollo inaspettato del Muro di Berlino il 9 novembre, una settimana dopo, il 17 novembre 1989 diverse migliaia di studenti universitari si radunarono nel pomeriggio nei pressi dell’Università Carolina a Praga per commemorare il 50° anniversario della chiusura delle università da parte delle truppe tedesche occupanti, che arrestarono 1.200 studenti deportandoli in campi di concentramento. Nove tra studenti e professori furono giustiziati senza processo il 17 novembre 1939, data che fu scelta a Londra nel 1941 dal Consiglio internazionale degli studenti come Giornata internazionale degli studenti.
A Bratislava la commemorazione dei fatti di sangue di mezzo secolo prima si era svolta il giorno precedente, il 16 novembre 1989, con una manifestazione pacifica che chiedeva una riforma del sistema scolastico, attentamente controllata da un vasto spiegamento di polizia. Il giorno successivo, venerdì 17 novembre 1989, si radunarono a Praga secondo le stime 50mila studenti, che iniziarono a cantare e gridare richieste di cambiamento rivolgendosi direttamenta al regime comunista della Repubblica socialista cecoslovacca. Tra le richieste c’erano le dimissioni di politici compromessi, il rispetto delle libertà civili, il rilascio di prigionieri politici.

Il raduno, organizzato dall’Unione socialista della gioventù (l’ala giovanile del Partito Comunista), era autorizzato e prese avvio intorno alle 16 da via Albertov dove si trova l’Università Carolina con una marcia fino a Vyšehrad, il castello di Praga, dove si concluse intorno alle 18.
Una parte dei partecipanti (si stima circa 10mila persone), rimasero bloccati dietro al Teatro nazionale, sulla via Národní třída, tra due cordoni di polizia, unità speciali antisommossa. Mentre gli studenti gridavano slogan contro il governo la polizia iniziò a stringere il cordone chiudendo le strade laterali. Fino a quando dopo le 20, gli agenti presenti in gran numero – tra loro forze della “sicurezza nazionale” (ŠtB) e della sezione speciale del ministero dell’Interno (i berreti rossi) – caricarono i manifestanti picchiandoli con manganelli. Il conto della giornata si concluse con quasi 600 persone ferite.

Dopo la manifestazione si diffuse la voce di una vittima, un certo studente Martin Šmíd, una vicenda mai chiarita del tutto e che tutt’ora non si sa come sia nata. La notizia fu trasmessa tra l’altro anche da Radio Free Europe ed ebbe un ruolo importante nello svolgimento dei fatti successivi. Causò infatti grande indignazione in Cecoslovacchia e a livello internazionale, e il 18 novembre, studenti e attori istituirono comitati di sciopero nelle università e nei teatri, chiedendo di punire i responsabili del brutale attacco in Národní třída. Si decise anche di tenere uno sciopero generale nazionale di una settimana, a partire da lunedì 27 novembre.
A Bratislava si erano attivati circoli clandestini in cui si incontravano dissidenti, attivisti, artisti, scrittori e intellettuali, e si cominciavano a notare alcuni volti che più tardi sarebbero stati i protagonisti della Rivoluzione di velluto. Un gruppo di questi – Rudolf Sikora, Fedor Gál, Milan Kňažko, Ľubomír Longauer, Ľubomír Feldek, Milan Šimečka, Ján Budaj e altri – fondarono il movimento Pubblico contro la violenza (Verejnosť proti násiliu / VPN), che poche settimane più tardi diventerà il primo partito democratico nato in Slovacchia.

Nelle principali città della Cecoslovacchia si svolsero dimostrazioni popolari spontanee contro il regime, una serie che durò fino alla fine di dicembre. In un paio di giorni i dimostranti in piazza a Praga passarono da 200.000 a quasi mezzo milione.
Venerdì 24 novembre, una settimana dopo la repressione della manifestazione studentesca, si dimise l’intera nomenclatura del Partito comunista della Cecoslovacchia, incluso il segretario generale Miloš Jakeš.
Lunedì 27 novembre, tra mezzogiorno e le 14:00, il 75% della forza lavoro della Cecoslovacchia prese parte allo sciopero simbolico, un atto coraggioso di protesta non violenta contro il dominio del partito. Fu l’unico sciopero generale mai dichiarato in Slovacchia. La folta partecipazione di cittadini confermò la legittimità popolare dei gruppi di opposizione appena nati, ovvero il movimento ceco Forum Civico (Občanské Forum – OF) guidato dal dissidente Václav Havel, e lo slovacco Pubblico contro la violenza (Verejnosť proti násiliu – VPN). I due movimenti chiedevano all’unisono l’abrogazione dell’articolo della Costituzione sul ruolo guida del Partito comunista nello Stato e nella società e l’indizione di libere elezioni.

A Bratislava partirono negoziati tra i rappresentanti del VPN e il Partito comunista in merito a una ‘ricostruzione’ del governo, e in serata il vice primo ministro Štefan Murín tenne un discorso durante il quale venne fischiato tra grida di “Dimissioni!”. La presidenza del Comitato centrale del KSS, il Partito comunista di Slovacchia, adottò una proposta di misure di azione con le quali intendeva mantenere il potere nelle mani dei comunisti, impegnandosi a riabilitare gli ex comunisti esclusi dopo il 1970 e promuovere i giovani quadri a posizioni di responsabilità. Il ministero della Cultura annunciò l’immediata e libera fruizione dei film e libri prima vietati.
Il 28 novembre venne emendata la Costituzione nelle parti che dava al Partito Comunista Cecoslovacco il monopolio assoluto del potere. Pochi giorni dopo vennero rimosse le barriere di filo spinato ai confini con Austria e Germania.
Il 10 dicembre il presidente della Cecoslovacchia, il comunista Gustáv Husák, nominò il primo governo a maggioranza non comunista dal 1948, e si dimise. Il 29 dicembre 1989 Václav Havel venne nominato Presidente della Repubblica, dopo che il giorno precedente lo slovacco Alexander Dubček fu eletto presidente del Parlamento federale.
Nel giugno 1990 si tennero in Cecoslovacchia le prime elezioni democratiche dal 1946.
Il termine Rivoluzione di Velluto fu coniato, sembra, da Rita Klimová, traduttrice in inglese dei dissidenti cecoslovacchi (poi ambasciatore del governo negli Stati Uniti), e fu ripreso dai media internazionali per descrivere gli avvenimenti in corso. In seguito fu utilizzato anche in Cecoslovacchia e adattato poi per il processo di separazione tra i due nascenti stati come Divorzio di velluto. La parola “velluto” sarebbe un allusivo omaggio ai Velvet Underground, band molto seguita negli anni della contestazione al regime sovietico ed esempio di emancipazione artistica. Il termine “Nežná revolúcia”, Rivoluzione Gentile, adottato fin dall’inizio dagli slovacchi, viene tutt’ora usato ufficilamente dalla Slovacchia indipendente (dal 1993), mentre la Repubblica Ceca continua a fare riferimento all’evento come Rivoluzione di Velluto (Sametová revoluce).
(Red)
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Fotografie:
– Le proteste su piazza SNP a Bratislava nel novembre 1989
– Bratislava, Memoriale della Rivoluzione di velluto, piazza SNP (Jozef Kotulič cc by)
– La folla a Praga, Václavské náměstí il 25 novembre 1989 (Gampe cc by/elab.BS)
– Bratislava, piazza SNP, novembre 1989 (si riconosce l’attuale ministro Ján Budaj)
– Brarislava, la folla in piazza SNP nel novembre 1989

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