Come rispondere alle sfide della Cina – di Thomas Piketty

Mentre il Partito comunista cinese (Pcc) celebra i suoi cento anni di esistenza, i paesi occidentali faticano a definire il loro atteggiamento nei confronti del regime di Pechino. Diciamolo chiaramente: bisognerebbe smetterla con l’arroganza occidentale e promuovere un nuovo orizzonte di emancipazione e di uguaglianza a livello mondiale, attraverso una nuova forma di socialismo democratico e partecipativo, ecologista e postcoloniale. Se invece i paesi occidentali continueranno a sentirsi superiori e a difendere un modello di capitalismo esasperato e fuori dal tempo, avranno difficoltà a rispondere alla sfida cinese.

Il regime di Pechino ha molte fragilità. Secondo il Global Times, quotidiano legato al Pcc, la democrazia in versione cinese sarebbe superiore al supermercato elettorale occidentale perché affida il destino del paese a un’avanguardia motivata e determinata, al tempo stesso selezionata e rappresentativa della società (il Pcc ha 90 milioni di iscritti, il 10 per cento della popolazione), e quindi più impegnata a servire l’interesse generale rispetto all’elettore occidentale, volubile e influenzabile.

Di fatto, però, il regime si avvicina sempre di più a una dittatura digitale, talmente perfetta che nessuno vuole somigliarle. Il modello di governo all’interno del partito è ancora meno convincente visto che non lascia alcuna traccia all’esterno, mentre tutti possono osservare il sistema di sorveglianza generalizzata attivo sui social network, la repressione dei dissidenti e delle minoranze, lo stravolgimento del processo elettorale a Hong Kong e le minacce contro Taiwan.

Si potrebbe ridurre il debito pubblico rapidamente aumentando le imposte sui patrimoni privati più grandi

A tutto questo bisogna aggiungere la forte crescita delle disuguaglianze, e il sentimento d’ingiustizia sociale non potrà essere sempre risolto con qualche eliminazione mirata. Ma, nonostante queste debolezze, Pechino ha dei punti di forza: quando arriveranno le catastrofi climatiche potrà facilmente sottolineare le responsabilità delle vecchie potenze, che rappresentano una parte ridotta della popolazione mondiale ma hanno prodotto quasi l’80 per cento delle emissioni di anidride carbonica accumulata dall’inizio dell’era industriale.

Inoltre la Cina ricorda che si è industrializzata senza fare ricorso allo schiavismo e al colonialismo, di cui ha subìto le conseguenze. Non ha l’eterna arroganza dei paesi occidentali, sempre pronti a dare lezioni al mondo in materia di giustizia e di democrazia ma incapaci di affrontare disuguaglianze e discriminazioni, e disposti a compromessi con gli oligarchi. Dal punto di vista economico e finanziario, lo stato cinese ha risorse considerevoli, molto superiori ai suoi debiti, cosa che gli permette di avere una politica ambiziosa sul piano interno e su quello internazionale, in particolare sugli investimenti nelle infrastrutture e nella transizione energetica.

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Foto wikimedia CC0
Il Shanghai World Financial Center

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