Europa, la transizione energetica e le banche che finanziano il carbone

Di Gianluca De Feo per OBC Transeuropa − Circa un anno fa avevamo parlato di come le banche europee continuassero a finanziare l’industria del carbone in tutto il mondo, nonostante le limitazioni previste dai propri codici di condotta e l’incombenza del Green Deal proposto dalla Commissione europea. Nell’ottobre 2020 il Parlamento europeo ha adottato la “Legge sul clima“, un mandato di negoziato progettato per favorire il raggiungimento degli obiettivi posti proprio dal Green Deal, vale a dire l’azzeramento dell’impatto climatico dei paesi europei entro il 2050. Se approvata dagli organi legislativi europei, la legge sul clima imporrebbe ai paesi membri la riduzione delle emissioni di gas serra di almeno il 55% rispetto ai livelli del 1990 entro il 2030.

Con l’avvento della pandemia da Covid-19 e la crisi economica che sta colpendo molti paesi europei, il Green Deal è diventato centrale anche in “Next Generation EU” – il piano per la ripresa dell’economia proposto a maggio dalla Commissione – e nel bilancio dell’Ue per il periodo 2021-2027, entrambi approvati nelle scorse settimane. Next Generation EU prevede che il 30% dei suoi stanziamenti vadano a finanziare investimenti per contrastare il cambiamento climatico, come dovrebbe avvenire anche per il 25% del bilancio dell’Unione europea per i prossimi sette anni.

Troppo bello per essere vero?

Nonostante i buoni propositi, i tanti strumenti previsti dai piani di attuazione del Green Deal si troveranno a dover affrontare una serie di ostacoli posti dai settori pubblico e privato. Primi su tutti i sussidi erogati dagli stati membri all’industria fossile, che secondo Investigate Europe, ammontano a circa 137 miliardi all’anno.

E se la transizione energetica sarà già di difficile attuazione all’interno dei confini europei, la vera sfida sarà poi esportare il modello europeo nel resto del mondo. L’Ue, oltretutto, produce solo il 10% delle emissioni globali, perciò è quantomeno auspicabile un piano di policy che ambisca a combattere il cambiamento climatico a livello mondiale. A tal proposito, stanno acquisendo sempre più forza le voci a sostegno della creazione di una “European Climate and Sustainable Development Bank” (Banca europea per il clima e lo sviluppo sostenibile), un’istituzione finanziaria che andrebbe a sostituire e consolidare all’interno di un solo organismo l’azione “green” della Banca europea per gli investimenti (EIB) e della Banca europea per la ricostruzione e lo sviluppo (EBRD).

Negli ultimi anni, l’EIB e l’EBRD hanno già messo in campo ingenti finanziamenti a favore dell’industria delle energie rinnovabili, ma nel frattempo continuano a finanziare anche l’industria dei combustibili fossili. Nel novembre del 2019 l’EIB ha annunciato che nel 2021 cesserà finalmente questi finanziamenti, mentre l’EBRD non ha preso ancora alcuna iniziativa in questo senso.

Il ruolo delle banche private rimane preponderante

Certo, le istituzioni europee e le banche di investimento pubbliche possono mettere in campo politiche volte a disincentivare l’industria del fossile, ma la responsabilità ultima ricadrà anche sulle azioni dei privati. È proprio qui che si inserisce il ruolo del settore bancario, che potrebbe esercitare un impatto concreto nella lotta al cambiamento climatico anche a livello globale.

Il rapporto annuale pubblicato da Rainforest Action Network relativo al quadriennio 2016-2019 – un gruppo di ong che monitora i finanziamenti delle maggiori banche mondiali all’industria del fossile – mostra come 17 istituti bancari sui 35 maggiori finanziatori dell’industria fossile a livello globale siano europei. Nel 2019 gli investimenti delle banche europee in tutti i settori del fossile sono cresciuti del 4% rispetto al 2018 e del +7,7% rispetto al 2016, per un totale di oltre 197 miliardi spesi solo in un anno – e la bellezza di quasi 760 miliardi nel quadriennio 2016-2019.

[…continua]

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Foto Pxhere CC0
Centrale a carbone di Bełchatów, Polonia

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