Chi può chiedere di mostrare il certificato di negatività al Covid?

Ora che la campagna nazionale “Responsabilità condivisa” si è conclusa, con grande soddisfazione del primo ministro Igor Matovič per la massiccia affluenza, si apre una serie di interrogativi su quello che succederà nei prossimi giorni. Verranno allentate le restrizioni attualmente in vigore? Ci sarà un secondo round di test, come annunciato dal premier? Ma soprattutto, il certificato attestante il risultato negativo del test sarà considerato come una sorta di “lasciapassare” per continuare a svolgere l’attività lavorativa e poter entrare in negozi e locali?

Secondo quanto annunciato dal premier, le misure restrittive saranno mantenute. In particolare, l’uso obbligatorio della mascherina anche negli spazi aperti e il divieto degli eventi di massa. «Abbassare la guardia» in questo momento rischierebbe di vanificare tutti gli sforzi e i sacrifici fatti sinora. Le misure restrittive servono ad evitare che l’epidemia diventi incontrollabile, ha detto Matovič.

Il premier ha confermato che sarà organizzata una seconda campagna di screening di massa, soprattutto se la curva dei contagi dovesse salire ancora. Tuttavia, non esclude che vi possano essere un paio di distretti esentati dai test, dati i buoni risultati di Orava e Bardejov. In ogni caso, la decisione sarà presa in accordo con il parere degli epidemiologi e infettivologi, ha precisato.

Matovič ha ammesso che la precisione dei test antigenici è inferiore a quella dei test RT-PCR, che avrebbero dato come risultato una percentuale probabilmente più alta di persone positive: il 3% anziché l’1%. Ma ha anche aggiunto che nessun Paese sarebbe in grado di organizzare test RT-PCR a livello nazionale.

Il premier ha dichiarato di essere consapevole del fatto che molti hanno accettato loro malgrado di effettuare il test, indotti dal timore di perdere il proprio posto di lavoro. Matovič ha espresso il proprio rammarico per questa situazione, giustificandola come un atto di responsabilità nei confronti degli anziani, dei malati e del personale sanitario, da mesi in prima linea nella lotta contro il virus. “Non volevamo mettere in ginocchio gli ospedali e abbiamo dovuto introdurre la medicina di guerra”, ha detto.

Cosa non può fare chi è risultato positivo

Mentre coloro che sono risultati positivi al coronavirus dovranno seguire ora una serie di norme di condotta ben precise, come la quarantena di dieci giorni e la comunicazione dei contatti avuti di recente, controversa sul piano giuridico viene considerata la posizione di chi non si è sottoposto al test e per questo non può mostrare, se richiesto, un certificato di negatività al covid.

In gioco non c’e solo la possibilità di lavorare, frequentare i locali ed entrare nei negozi o passeggiare nelle aree aperte, senza essere soggetti al coprifuoco. L’Ufficio della sanità pubblica (ÚVZ), con decreto dell’igienista capo Ján Mikas, ha stabilito che, a partire da oggi, i datori di lavoro, i gestori di esercizi commerciali e i loro dipendenti (esclusi i negozi di generi alimentari) possono richiedere a lavoratori e clienti il certificato attestante il risultato negativo del test antigenico o di un test PCR negativo eseguito dopo il 29 ottobre.

Nel caso in cui le persone non siano in grado di esibire tale certificato, l’ingresso nel luogo di lavoro o nell’esercizio commerciale dovrà essere vietato.

Le eccezioni previste sono le stesse applicate per la campagna nazionale di screening: bambini di età inferiore ai 10 anni, le persone affette da autismo e da gravi patologie documentate da certificato medico.

I dubbi legali

In molti si chiedono se è legittimo che datori di lavoro ed esercenti richiedano un documento che riporta informazioni relative allo stato di salute del cittadino, ovvero dati sensibili soggetti al Regolamento generale sulla protezione dei dati (GDPR) dell’UE. Su questo tema delicato il governo è entrato in conflitto con l’Ufficio per la protezione dei dati personali (ÚOOÚ), che ritiene privo di fondamento giuridico il decreto di Mikas.

Secondo l’ÚOOÚ, il Codice del lavoro prevede  per i dipendenti solo l’obbligo di informare il datore di lavoro dell’assenza per malattia o per altro ostacolo. Il governo, per parte sua, sostiene che il decreto non viola il GDPR dell’UE e al tempo stesso rivia le accuse al mittente, accusando l’ÚOOÚ di inadeguata preparazione in merito alla legislazione di base relativa allo svolgimento delle attività di sua competenza.

Sulla controversa questione si attende il parere del difensore civico Mária Patakyová che da sabato sta esaminando il testo del decreto dell’Ufficio della sanità pubblica. Secondo alcuni esperti, non si tratterebbe solo di valutare il rispetto del diritto alla privacy dei cittadini, ma anche la costituzionalità di un decreto che impone obblighi che limitano i diritti e libertà fondamentali.

(Paola Ferraris)

Foto: Ministerstvo vnútra SR (Fb)
 

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