C’era un tempo in cui l’umanità non conosceva la disuguaglianza sociale

Per spiegare le origini della disuguaglianza sociale, da secoli ci raccontiamo una storia piuttosto semplice. Per la maggior parte della loro esistenza, gli esseri umani hanno vissuto in minuscoli gruppi ugualitari di cacciatori-raccoglitori. Poi è arrivata l’agricoltura, che ha portato con sé la proprietà privata, e sono apparse le città. Questo ha determinato la nascita della civiltà propriamente detta. La civiltà ha significato molte cose brutte (guerre, tasse, burocrazia, patriarcato, schiavitù), ma ha anche reso possibile la letteratura scritta, la scienza, la filosofia e tante altre grandi conquiste umane.

Quasi tutti conoscono questa storia nelle linee generali. Almeno dai tempi di Jean-Jacques Rousseau, riassume le nostre idee sul disegno generale e la direzione della storia dell’umanità. Ed è un fatto importante, perché questa narrazione definisce anche il nostro senso della possibilità politica. Molti considerano la civiltà, e quindi la disuguaglianza, una tragica necessità. Alcuni sognano di tornare a un passato utopico, di trovare un equivalente industriale del “comunismo primitivo” o addirittura, in casi estremi, di distruggere tutto e ricominciare a essere cacciatori e raccoglitori. Ma nessuno mette in discussione la struttura di base della storia. Eppure c’è un problema di fondo in questa narrazione: non è vera.

L’archeologia, l’antropologia e le discipline affini offrono prove schiaccianti che cominciano a delineare un quadro piuttosto chiaro degli ultimi quarantamila anni della storia umana, e questo quadro non somiglia affatto alla narrazione convenzionale. In realtà la nostra specie non ha passato gran parte della sua storia in minuscoli gruppi; l’agricoltura non ha segnato una svolta irreversibile nell’evoluzione sociale; le prime città spesso furono profondamente ugualitarie. Anche se i ricercatori sono gradualmente arrivati a un consenso generale su questi temi, gli autori che riflettono sui “grandi problemi” della storia umana – Jared Diamond, Francis Fukuyama, Ian Morris e altri – continuano a prendere come punto di partenza l’interrogativo di Rous-seau (“Qual è l’origine della disuguaglianza sociale?”) e danno per scontato che la grande storia cominci con una sorta di perdita dell’innocenza primordiale.

Mezze misure e compromessi
Già solo inquadrare la questione in questi termini significa partire da una serie di presupposti: che esiste una cosa che si chiama disuguaglianza, che la disuguaglianza è un problema e che c’è stato un tempo in cui la disuguaglianza non esisteva. Con la crisi finanziaria del 2008 e gli sconvolgimenti che ne sono seguiti, il “problema della disuguaglianza sociale” è diventato centrale nel dibattito pubblico. Negli ambienti politici e intellettuali sembra dominare la convinzione che i livelli di disuguaglianza sociale siano aumentati a dismisura sfuggendo a ogni controllo e che da questo, in un modo o nell’altro, dipendano quasi tutti i problemi del mondo. Oggi denunciare questa realtà è considerato una sfida alle strutture di potere globale, ma pensate a come questi problemi sarebbero stati discussi una generazione fa. A differenza di termini come “capitale” o “potere di classe”, la parola “disuguaglianza” sembra fatta apposta per condurre a mezze misure e compromessi. Si può immaginare di rovesciare il capitalismo o di abbattere il potere dello stato, ma è molto difficile immaginare di cancellare la “disuguaglianza”. Di fatto, non è neppure chiaro cosa significhi, perché le persone non sono tutte uguali e nessuno vorrebbe davvero che lo fossero.

“Disuguaglianza” è un modo di inquadrare i problemi sociali adatto ai tecnocrati riformisti, i quali partono dal presupposto che qualunque reale trasformazione sociale è esclusa dal dibattito politico da molto tempo. Consente di armeggiare con i numeri, ragionare sui coefficienti di Gini, ricalibrare i regimi fiscali e lo stato sociale, consente perfino di spaventare l’opinione pubblica con cifre che dimostrano quanto è peggiorata la situazione (“Ci pensate? Lo 0,1 per cento della popolazione mondiale controlla più del 50 per cento della ricchezza!”), e tutto ciò senza affrontare nessuno degli aspetti che la gente critica realmente di questi ordinamenti sociali così “disuguali”: per esempio il fatto che alcuni riescono a trasformare la loro ricchezza in potere, mentre altre persone si sentono dire che le loro esigenze non sono importanti e la loro vita non ha un valore in sé. Tutto questo sarebbe solo l’effetto inevitabile della disuguaglianza, e la disuguaglianza sarebbe la conseguenza ineludibile del vivere in qualunque società grande, complessa, urbana e tecnologicamente sofisticata.

Le scienze sociali dominanti oggi sembrano voler rafforzare questo senso d’impotenza. Quasi ogni mese ci troviamo davanti a pubblicazioni che cercano di proiettare sull’età della pietra l’attuale ossessione per la distribuzione della proprietà, e ci spingono a una falsa ricerca di “società ugualitarie” definite in termini che ne rendono impossibile l’esistenza al di fuori di qualche minuscolo gruppo di cacciatori-raccoglitori (e forse neanche in quelli).

[…continua…]

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Foto pixabay/CC0

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