
I documenti sono coperti di polvere e abbandonati sugli scaffali, ma fanno tremare i criminali di guerra. Sempre più spesso, per trovare le prove dei massacri, la giustizia internazionale ricorre agli archivi dell’Osce, un’organizzazione nata dalla guerra fredda e presente in numerose aree di conflitto.
Nessuna testata giornalistica era mai entrata nell’elegante villa intonacata di bianco, sulle colline di Praga, dove sono conservati i rapporti sul campo degli osservatori dell’Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa (Osce). Questi documenti raccontano i conflitti che si sono svolti in passato nel vecchio continente.
Nel 2002 la procuratrice Carla Del Ponte si era rivolta a questa istituzione, creata negli anni settanta per migliorare il dialogo tra gli occidentali e l’Unione Sovietica, per trovare gli elementi che le hanno permesso di incriminare l’ex presidente jugoslavo Slobodan Milošević.
Dalla guerra nei Balcani all’Ucraina
L’archivista Alice Nemcova ha gestito per quasi trent’anni questo universo di scatole di cartone piene di migliaia di fogli in formato A4. Dopo aver visto i fondi dell’archivio deteriorarsi nel corso degli anni, a giugno Nemcova ha lasciato l’incarico.
“Il Tribunale penale internazionale per l’ex Jugoslavia (Tpij) ha creato un precedente importantissimo chiedendo l’accesso ai nostri documenti”, spiega Nemcova con voce roca. Carla Del Ponte, all’epoca procuratrice presso il Tpij, “non smetteva di chiedere documenti. Ha ricevuto quattro scatole di alluminio piene di testimonianze e fotografie di fosse comuni”, spiega l’archivista, 63 anni.
Slobodan Milošević accusato di coinvolgimento in decine di crimini commessi contro migliaia di civili, non è mai stato condannato perché è morto in carcere durante il processo, l’11 marzo 2006. Tuttavia molti dei corresponsabili dei massacri sono stati riconosciuti colpevoli dal tribunale.
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Foto Pikist CC0

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