La popolazione mondiale arriverà a 9,7 miliardi nel 2064. Poi scenderà velocemente

Secondo lo studio Fertility, mortality, migration, and population scenarios for 195 countries and territories from 2017 to 2100: a forecasting analysis for the Global Burden of Disease Study”, pubblicato su The  Lancet da un team di ricercatori dell’Institute for Health Metrics and Evaluation (IHME) dell’università di Washington- Seattle, la popolazione umana mondiale dovrebbe cominciare a declinare – per la prima volta nella storia tranne brevi e localizzati casi – entro il prossimi 45 anni e questo provocherà grossi cambiamenti negli equilibri geopolitici.

100.000 anni fa gli esseri umani erano solo 500.000, nel 400 eravamo circa 200 milioni e 200 anni fa avevamo superato di poco il miliardo. Attualmente la popolazione umana terrestre è di circa 7,8 miliardi  di persone. Ma secondo gli scienziati questo trend in rapidissima crescita dovrebbe raggiungere il picco – e in Paesi come l’Italia lo ha già raggiunto e siamo già al rapido declino –  prima di quanto si credesse.

Il nuovo studio si basa sui dati del “Global Burden of Disease Study” del 2017 ed esamina come  i tassi di mortalità, fertilità o migrazione avranno effetti sulla popolazione mondiale nei prossimi 80 anni, Ne viene fuori che i rischi di guerre e catastrofi naturali legati al cambiamento climatico potranno portare a numerosi decessi in diverse aree del mondo.

Le nuove previsioni pubblicate su Lancet suggeriscono che la popolazione mondiale continuerà ad aumentare fino al 2064, quando sulla Terra ci saranno più di 9,7 miliardi di esseri umani – 2 miliardi in meno delle stime precedenti –  poi la popolazione mondiale dovrebbe cominciare a calare per tornare a 8,8 miliardi nel 2100.

Una tendenza che non sarà uniforme, con 23 Paesi che potrebbero veder diminuire la loro popolazione di oltre il 50% e tra questi, insieme a Giappone, Thailandia, Spagna, Corea del Sud e Cina, c’è anche l’Italia che, se manterrà l’attuale basso tasso di natalità e le sue politiche restrittive sull’immigrazione si ritroverà nel 2100 con circa 30,5 milioni di abitanti la metà del picco di 61 milioni di abitanti raggiunto nel 2014.

La Cina, dopo la sua esponenziale crescita demografica che l’aveva portata a raggiungere – nonostante le draconiane misure del figlio unico – gli 1,4 miliardi di abitanti nel 2017, nel 2100 avrà una popolazione di “appena” 732 milioni.

Al contrario, durante questo secolo, i Paesi arabi del nord-africa e Medio Oriente e l’Africa sub-sahariana triplicheranno la loro popolazione, passando a 3,07 miliardi nel 2100.

Tra le diverse ragioni che spiegano il declino globale della popolazione ci sono il basso tasso di natalità causato da un forte calo della fertilità, l’aumento del livello di scolarizzazione delle donne e l’accesso alla contraccezione.

Questa rivoluzione demografica e sociale cambierà le carte in tavola anche a livello geopolitico. Come spiega Richard Horton, redattore capo di The Lancet, «Il XXI secolo vedrà una rivoluzione nella storia della nostra civilizzazione umana. L’Africa e il mondo arabo daranno forma al nostro futuro, mentre l’Europa e l’Asia saranno meno influenti. Entro la fine del secolo, il mondo sarà multipolare, con potenze dominanti quali India, Nigeria, Cina e Stati Uniti. Sarà veramente un nuovo mondo, un mondo al quale dobbiamo prepararci fin da oggi». Anche se in Cina e India il calo della popolazione in età lavorativa ostacolerà la crescita economica.

Il nuovo studio sottolinea anche che, nei prossimi decenni, i movimenti migratori avranno un ruolo importante e che numerosi Paesi – Italia compresa – dovranno optare per politiche migratorie più permissive se vogliono mantenere la loro popolazione, pagare le pensioni e sostenere la crescita economica».

Commentando lo studio, Ibrahim Abubakar dell’University College of London evidenzia che «In fin dei conti, se le  previsioni fossero esatte anche solo per metà, la migrazione diventerà una necessità per tutte le nazioni e non un’opzione. La distribuzione delle popolazioni in età lavorativa sarà cruciale nel determinare se l’umanità prospererà o appassirà».

Per esempio, il Regno Unito multietnico vedrà la sua popolazione crescere fino a circa 71 milioni rispetto ai 67 milioni del 2017 a circa 71 mln nel 2100, grazie anche a un’aspettativa di vita che da 81 anni del 2017 è destinata a salire a quasi 85 nel 2100. Mentre in Portogallo nel 2100 potrebbero abitare  solo 5 milioni di persone.

E il principale autore dello studio, Stein Emil Vollset del Department of Health Metrics Sciences, School of Medicine dell’università di Washington – Seattle conclude facendo notare che «Il declino della popolazione può essere positivo per la riduzione delle emissioni di carbonio e il minore stress sul sistema alimentare. Ma i nostri risultati suggeriscono che il calo del numero di soli adulti in età lavorativa ridurrà i tassi di crescita del Pil e potrebbe determinare importanti cambiamenti nel potere economico globale entro fine secolo. La risposta al declino della popolazione diventerà probabilmente una preoccupazione politica prioritaria in molte nazioni».

Lo Studio fa notare che le nuove previsioni demografiche globali contrastano con le proiezioni di una continua crescita globale fatte dalla Population Division del Department of Economic and Social Affairs dell’Onu e il direttore dell’IHME Christopher Murray dice che quelle proiezioni non rappresentano «più la traiettoria più probabile per la popolazione mondiale. Lo scenario tratteggiato, mette in luce le enormi sfide poste da una forza lavoro in calo, dall’elevato carico per i sistemi sanitari e di sostegno sociale rappresentato da una popolazione che invecchia, e l’impatto sul potere globale legato ai cambiamenti nella popolazione mondiale».

Infatti, nel 2100 nel mondo ci saranno 2,37 miliardi di ultra 65enni e solo 1,7 miliardi di under 20. Gli over 80 saranno il doppio degli under 5, che subiranno un calo del 41%: dai 681 milioni del 2017 ai 401 milioni nel 2100, mentre gli ultraottantenni passeranno da 141 a 866 milioni, aumentando di ben 6 volte.

Murray conclude: «Questo studio fornisce ai governi di tutti i Paesi l’opportunità di iniziare a ripensare le loro politiche in materia di migrazione, forza lavoro e sviluppo economico per affrontare le sfide poste dal cambiamento demografico».

(Fonte Greenreport.it)

Illustr. BS/pixabay

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