Biodiversità: in dieci anni rischierà l’estinzione una specie su cinque

Il Pianeta sarà sempre più esposto alla perdita di biodiversità. Questo lo sapevamo. Non sapevamo quanto potesse essere rapida. In uno scenario di “elevate emissioni”, dove le temperature globali aumenteranno di 4° C entro il 2100, almeno il 15% delle comunità animali in tutto il mondo, e potenzialmente molte altre, subiranno un esposizione a temperature intollerabili ed entro un decennio, più di una specie su cinque non sopravviverà. Sono queste le poco ottimistiche conclusioni dello studio “The projected timing of abrupt ecological disruption from climate change” pubblicato ad inizio aprile su Nature da Christopher Trisos dell’African Climate and Development Initiative dell’Università di Cape TownCory Merow dell’Università del Connecticut Alex Pigot dell’University College LondonLa scoperta che più ha sorpreso il team di scienziati non è stata la quantità di biodiversità a rischio nella prima metà di questo secolo, ma l’aver capito che il rischio è estremamente attuale ed entro un decennio potrebbe passare da basso a elevato.

Per realizzare i loro studio, finanziato da Royal Society (UK), National Science Foundation (Usa) e African Academy of Sciences, i tre scienziati hanno utilizzato proiezioni annuali di temperatura e precipitazioni dal 1850 al 2100, negli areali di oltre 30.000 specie marine e terrestri e poi hanno stimato i tempi della loro esposizione a condizioni climatiche potenzialmente pericolose. La ricerca dimostra chiaramente che il rischio di perdere irreparabilmente la biodivesrità animale “accelera con l’aumentare dell’entità del riscaldamento ed è simile sia per le specie che vivono nelle aree protette, che per quelle che vivono al di fuori”. Secondo i tre ricercatori di questo passo “In molti luoghi del mondo, un’alta percentuale di specie sarà esposta allo stesso tempo a condizioni climatiche potenzialmente pericolose, portando a improvvisi e catastrofici decadimenti della biodiversità”. Questo, se non cambiamo la rotta del nostro sviluppo neanche dopo la lezione del Covid-19, sarà il destino degli oceani e delle foreste tropicali prima del 2030, mentre in alcune regioni temperate avverrà entro il 2050. Fondamentalmente, il messaggio è che più bassa è la temperatura media globale, meno specie saranno esposte all’estinzione e minore sarà il rischio di un improvviso collasso della biodiversità mondiale.

Per Trisos “La ricerca ha dimostrato che interi ecosistemi, e non solo le singole specie, potrebbero essere minacciati, mettendo a rischio il sostentamento delle persone. Molte delle previsioni di rischio per la biodiversità causate dai cambiamenti climatici si sono concentrate sulla fine del XXI secolo, la cosa veramente nuova di questo studio è che ha osservato questo aumento dell’esposizione ai pericolosi cambiamenti climatici nel corso del XXI secolo e non solo con un’istantanea finale”. Secondo Pigot, quindi, “abbiamo solo adesso capito che i rischi dei cambiamenti climatici per la biodiversità non aumentano gradualmente. Mentre il clima si riscalda, all’interno di una certa area la maggior parte delle specie cerca di far fronte per un po’ al cambiamento, ma superata una determinata soglia di temperatura, una grande parte delle specie dovrà improvvisamente affrontare condizioni che non ha mai sperimentato prima. Quando ciò accade, nella migliore delle ipotesi, abbiamo un enorme aumento dell’incertezza sul fatto che le specie possano sopravvivere e, nel peggiore dei casi, abbiamo un’estinzione locale”. Insomma per Pigot  “Questo non è un pendio scivoloso, ma l’inizio di una serie di picchi di estinzione, che colpiranno luoghi diversi in momenti diversi”.

Il rischio di questa imminente e rapida china è credibile e lo abbiamo già visto in luoghi come la Barriera Corallina, dove il corallo sta morendo. Secondo questa ricerca in Africa la perdita di biodiversità potrebbe essere estrema e iniziare già nel 2040, in uno scenario di riscaldamento estremo, dal Sahel, dalle foreste pluviali del Bacino del Congo e nella porzione tropicale degli oceani Indiano e Atlantico. Come ha ricordato il sudafricano Trisos, “Tante persone sulle coste dell’Africa dipendono dagli ecosistemi per la loro alimentazione vitale. Peschiamo sulle barriere coralline. Dipendiamo dall’ecoturismo. Facciamo affidamento su foreste sane per la filtrazione dell’acqua. Se si verificasse un crollo improvviso di un ecosistema, in un decennio si potrebbero perdere la maggior parte o tutti i suoi servizi. Il nostro reddito è a rischio. La nostra sicurezza alimentare è a rischio. Il nostro benessere mentale e spirituale potrebbe essere a rischio, se quei luoghi sono importanti per noi culturalmente”. Che fare? Siamo sempre qui, per la quasi totalità della comunità scientifica mondiale, occorre provare con più convinzione a ridurre le emissioni inquinanti con un percorso low-carbon che può evitare questa transizione verso climi pericolosi per molte migliaia di specie, compresa la nostra.

Anche secondo Trisos, Pigot e Merow la soluzione è solo una: “mitigare i cambiamenti climatici, riducendo immediatamente e drasticamente le emissioni, potrebbe aiutare a salvare migliaia di specie dall’estinzione. Mantenendo il riscaldamento globale al di sotto dei 2° C in modo efficace, si appiattisce la curva dei rischi per la biodiversità, si fornisce più tempo alle specie e agli ecosistemi per adattarsi al clima che cambia e per trovare nuovi habitat, anche grazie agli sforzi di conservazione guidati dall’uomo”. Ma saprà l’uomo guidare questi sforzi? Lo studio è l’ennesimo preoccupante campanello d’allarme per i nostri politici e ci dice in modo chiaro che se continuiamo sul nostro percorso ad alte emissioni, allora il crollo della biodiversità del Pianeta potrebbe essere imminente. “Speriamo che le nostre scoperte possano servire da sistema di allarme rapido – ha concluso Merow – il che potrebbe aiutare a concentrare gli sforzi di conservazione e migliorare le future proiezioni dei modelli. Potrebbe anche essere utile sviluppare un programma di monitoraggio decennale, simile a quello che fanno gli scienziati del clima, ma per la biodiversità, aggiornandolo regolarmente sulla base di ciò che effettivamente accade”. Un suggerimento prezioso, visto che una buona parte della nostra preziosa biodiversità non è a termine nel 2100, ma potrebbe esserlo prima del 2030.

(Alessandro Graziadei, Unimondo cc by nc nd)

Foto joakant CC0

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