OCSE: la strada per uscire dal tunnel della crisi economica sarà tutta in salita

Sul fatto che la crisi economica causata dalla pandemia di coronavirus abbia acquisito proporzioni maggiori della crisi finanziaria del 2008 e delineato scenari paragonabili a quelli della “Grande Depressione” del 1929 ormai non ci sono più dubbi.
Lo confermano anche i dati sull’occupazione pubblicati nell’Employment Outlook 2020, il rapporto annuale dell’OCSE, l’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico che riunisce i 37 Paesi più industrializzati.

Il numero delle ore lavorate è stato dieci volte inferiore rispetto ai primi primi mesi del 2008. Il PIL dei Paesi OCSE è diminuito in media di quasi il 15% nella prima metà di quest’anno, con punte del 19% in Spagna, 18% in Francia e 16,7% in Italia. Il tasso di disoccupazione è precipitato dal 5,2% dello scorso febbraio all’8,4% del mese di maggio.

Prima della pandemia le ferite inferte dalla crisi del 2008 sul mercato del lavoro si erano lentamente rimarginate e il tasso di occupazione aveva raggiunto il 68,9%, recuperando non solo i livelli precedenti, ma arrivando a guadagnare 2,6 punti percentuali. I traguardi raggiunti faticosamente in oltre 10 anni sono stati cancellati nel giro di pochi mesi, commentano gli analisti dell’OCSE. E non si prevedono tempi rapidi di recupero. La strada della ripresa sarà in salita fino al 2021, con alti tassi di disoccupazione, che alla fine dell’anno nei Paesi dell’OCSE potrebbero sfiorare il 10%, quasi il doppio rispetto al 2019.

Questo è lo scenario migliore prospettato dall’OCSE, nel caso in cui si riesca a tenere sotto controllo il numero dei contagi. Ma nell’eventualità di una seconda ondata epidemica e di un nuovo lockdown, il tasso di disoccupazione potrebbe toccare anche il 12%.
I posti di lavoro a rischio nei Paesi OCSE, alla fine del 2020 oscilleranno tra 31 e 53 milioni, a seconda dell’arrivo o meno di una seconda ondata pandemica. Per la fase di recupero occorrerà attendere fino al 2021, e anche oltre.

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La pandemia ha avuto un impatto differente sull’occupazione nei vari Paesi, a seconda della possibilità o meno per i datori di lavoro di utilizzare programmi per il mantenimento del posto di lavoro e della retribuzione dei dipendenti. Sono 60 milioni i lavoratori dei Paesi OCSE che hanno potuto usufruire degli aiuti previsti da misure come il Kurzarbeit tedesco, la Activité partielle francese, il NOW olandese (Noodmatregel Overbrugging Werkgelegenheid, “misure di emergenza per salvare l’impiego”) o il Job Keeper Payment australiano.

Tuttavia, è chiaro che la crisi del lavoro rischia di trasformarsi ora in una crisi sociale, colpendo duramente soprattutto i lavoratori con contratto part-time o temporaneo e i lavoratori autonomi. Manca la sicurezza del posto di lavoro e l’accesso all’indennità di disoccupazione in molti casi risulta limitato.
La crisi sta avendo un impatto maggiore su alcuni lavoratori rispetto ad altri, in particolare sulle donne e i giovani, più esposti al rischio di disoccupazione e povertà. I posti di lavoro non qualificati nei settori del turismo e della ristorazione, travolti dalla crisi, sono quelli considerati meno sicuri.

Il rapporto OCSE sull’Italia: la pandemia ha vanificato gli sforzi degli ultimi quattro anni

L’Italia è stato uno dei Paesi OCSE più colpiti dalle conseguenze economiche della pandemia, con un crollo del totale delle ore lavorate pari al 28% nei primi tre mesi della crisi.
Nel primo trimestre del 2020 l’Italia ha già perso circa 500 mila posti di lavoro e alla fine dell’anno, se si dovesse verificare una seconda ondata di contagi, rischia di perderne quasi 1,5 milioni rispetto al 2019.

Nonostante le misure straordinarie adottate dal governo per sostenere le imprese, i lavoratori e le famiglie, le richieste di sussidio di disoccupazione sono aumentate del 40% tra marzo e maggio, rispetto allo stesso periodo del 2019.
Tra le ragioni dell’aumento del numero di persone non occupate, vi sono soprattutto il mancato rinnovo di molti contratti a tempo determinato e il congelamento delle assunzioni, un dato evidente anche nella drastica riduzione del numero delle offerte online di lavoro: -30% nel periodo compreso tra febbraio e maggio.

Anche in Italia gli effetti della crisi sono stati più gravi per alcune categorie di lavoratori, come gli autonomi, i dipendenti con contratto a tempo determinato, i giovani e le donne, nonché i lavoratori meno qualificati con bassi salari. In quest’ultimo caso, le probabilità di perdere del tutto l’impiego sono il doppio più alte rispetto ai lavoratori qualificati e meglio retribuiti, con maggiori possibilità di lavorare da casa.
Le disuguaglianze già esistenti nel mercato del lavoro rischiano dunque di aggravarsi a causa della pandemia.

Secondo le stime dell’OCSE, in Italia il tasso di disoccupazione, che nel mese di febbraio di quest’anno risultava ancora superiore al livello precedente la crisi del 2008, dovrebbe raggiungere il 12,4% alla fine del 2020.

Questo significa che gli sforzi fatti negli ultimi quattro anni per ottenere un lieve miglioramento sono stati del tutto vanificati dalla pandemia. Entro la fine del 2021 la disoccupazione dovrebbe scendere all’11%, un livello comunque sempre molto alto e raggiungibile solo se sarà possibile mantenere sotto controllo il numero dei contagi.

Le raccomandazioni dell’OCSE all’Italia: serve un cambio di rotta

Secondo gli economisti dell’OCSE il pacchetto di misure “senza precedenti” approvato dal governo italiano per contrastare la crisi nella fase più acuta dell’emergenza necessita ora di revisione e adattamento. Non bastano infatti le misure per introdurre o estendere la cassa integrazione (peraltro richiesta in forma massiccia dalle aziende). Occorre trovare il giusto equilibrio tra il rinnovato sostegno a lavoratori e imprese in difficoltà e la ristrutturazione del mercato del lavoro, accompagnato dalla creazione di nuovi impieghi.
Occorrerà infatti agire su più fronti, non solo per salvaguardare i posti di lavoro attraverso il blocco dei licenziamenti e lo strumento della cassa integrazione, ma anche con politiche attive che favoriscano sia la creazione di imprese e posti di lavoro che gli investimenti.

Innanzitutto, una delle priorità assolute nei prossimi mesi sarà garantire la sicurezza igienico-sanitaria degli ambienti di lavoro che richiedono un certo grado di interazione fisica. Sono almeno il 49% i lavoratori obbligati a recarsi sul posto di lavoro, per i quali risulterebbe impossibile lavorare da casa online.

La cassa integrazione dovrà essere adattata in modo da fornire alle imprese e ai lavoratori gli incentivi necessari alla ripresa dell’attività o alla ricerca di un’altra occupazione. Sul tema dell’evoluzione della cassa integrazione dovranno intervenire anche il governo e le parti sociali, prendendo in considerazione strumenti quali la partecipazione ai costi della cassa integrazione da parte delle imprese, la promozione di attività formative e gli incentivi alla ripresa dell’attività e alla ricerca di un’altra occupazione.

Il divieto di licenziamento e i limiti posti all’assunzione di lavoratori con contratti temporanei dovrebbero essere riconsiderati per evitare che le conseguenze dell’aggiustamento ricadano interamente sui lavoratori senza un contratto a tempo indeterminato.

Sarà necessario proteggere le famiglie più bisognose dal rischio di cadere in situazioni di povertà garantendo il corretto funzionamento del reddito di cittadinanza e del reddito di emergenza.

I giovani, una delle categorie più esposte al rischio di disoccupazione, dovranno essere aiutati con iniziative di sostegno, come ad esempio il programma Garanzia giovani, il Piano Europeo che prevede finanziamenti per i Paesi dell’UE con alti tassi di disoccupazione da investire in politiche attive di orientamento, istruzione e formazione, nonché inserimento nel mondo del lavoro.

I servizi pubblici e privati per l’impiego dovranno dotarsi di strumenti adeguati, soprattutto digitali, per fare fronte ad un consistente aumento di domande di assunzione.
Sempre più elevata dovrà essere la percentuale di programmi di formazione online per aiutare le persone in cerca di lavoro e i lavoratori in cassa integrazione a trovare impiego nei settori e nelle occupazioni più richiesti. Per affrontare il problema della disoccupazione di lungo periodo saranno utili gli incentivi all’assunzione, destinati alla tutela dei gruppi di lavoratori più vulnerabili, ma anche alla creazione di nuovi posti di lavoro.

(Paola Ferraris)

Foto: geralt CC0
ShotRAV CC0
governo.it

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