Nel mondo c’è un “boom” di spesa militare, solo Usa e Cina ne sborsano metà

La spesa militare globale ha raggiunto il livello più alto dalla Guerra Fredda: nel 2019, nel mondo sono stati spesi 1.917 miliardi di dollari, vale a dire cinque miliardi di dollari al giorno. Sono i dati che emergono dal Sipri Yearbook, pubblicato il 15 giugno 2020 dall’Istituto internazionale di ricerca sulla pace di Stoccolma (Sipri).

L’aumento globale (del 3,6% rispetto al 2018) è stato influenzato dalla spesa di Stati Uniti e Cina, che insieme hanno realizzato più della metà della spesa militare mondiale (38% della spesa da parte degli USA e 14% da parte della Cina). Seguono India (3,7%), Russia (3,4%) e Arabia Saudita (3,2%). Tra gli stati dell’Europa Occidentale, la Francia è il paese che continua a spendere di più, con una spesa militare di 50,1 miliardi di dollari, mentre è la Germania ad aver registrato l’aumento maggiore di spesa, con un incremento del 10% (49,3 miliardi di dollari).

I dati per continente vedono l’Europa totalizzare 356 miliardi di dollari di spesa militare, l’America è a quota 815 miliardi, Asia e Oceania 523 miliardi e nella sola regione del Medioriente la spesa è stimata al 9,4% del totale. I 41,2 miliardi di spesa dei paesi africani è invece il livello più basso, pari al 2,1% della spesa militare globale.

Il maggior importatore di armi è l’Arabia Saudita (12% delle importazioni globali), seguita da India (9,2%), Egitto (5,8%), Australia (4,9%) Cina (4,3%). Il maggior esportatore di armi è rappresentato dagli USA (36% delle esportazioni globali), seguito da Russia (21%), Francia (7,9%), Germania (5,8%) e Cina (5,5%).

Di gran lunga il più importante importatore di armi USA nel periodo 2015-2019 è l’Arabia Saudita, che ha ricevuto il 25% delle esportazioni USA. Un dato inquietante, se si considera che la Commissione Europea nel 2019 ha aggiunto l’Arabia Saudita ad un elenco di Paesi considerati una minaccia a causa delle loro attività legate al finanziamento del terrorismo e al riciclaggio di denaro. Inoltre, nel 2018 a seguito del caso Khashoggi il Senato degli Stati Uniti aveva proposto una risoluzione che prevedeva la cessazione del sostegno militare americano alla coalizione araba a guida saudita nella guerra civile in Yemen. Jamal Khashoggi, editorialista saudita del Washington post, fu assassinato all’interno del Consolato saudita in Turchia, a Istanbul, il 2 ottobre 2018, facendo precipitare l’Arabia Saudita in una crisi diplomatica con gli USA, che evidentemente non ha intaccato il business delle armi.

L’Italia si pone al nono posto tra i maggiori esportatori di armi (2% delle esportazioni globali).

Ma a chi vende le armi l’Italia? Un’azienda che produce armi e tecnologie da guerra può esportare i propri prodotti solo dopo avere ottenuto l’autorizzazione dal governo, come prevede la legge che regola la vendita di armi italiane all’estero (l. 185/90). La legge dice che tale attività deve “essere conforme alla politica estera e di difesa dell’Italia” e deve rispettare “i principi della Costituzione repubblicana che ripudia la guerra come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali” (art. 11 della Costituzione). Un punto della legge molto dibattuto negli ultimi anni sancisce che l’esportazione e il transito di armi sono vietati verso i paesi in stato di conflitto armato laddove il destinatario sia lo stato che ha dichiarato guerra per motivi diversi dalla legittima difesa. Si tratta di punti che pongono non pochi interrogativi sull’attività lucrativa della vendita di armi, se si considera che la stragrande maggioranza degli armamenti che esporta l’Italia, è diretta verso aree del mondo considerate molto instabili.

Dalla relazione annuale sulla vendita di armi verso paesi stranieri, che nel 2019 il governo ha presentato al parlamento, emerge infatti che Qatar, Pakistan, Turchia, Emirati Arabi Uniti sono i primi 4 paesi che comprano armi italiane. Al decimo posto, c’è l‘Egitto.

La principale società che produce ed esporta armi in Italia è Leonardo, più nota con il suo vecchio nome Finmeccanica, il cui principale azionista è il Ministero italiano dell’Economia e delle Finanze. Dalla relazione si evince inoltre che gli armamenti più esportati dall’Italia sono gli elicotteri da guerra, seguiti dalla categoria “bombe, siluri, razzi, missili ed accessori”. La vendita di armi a paesi “a rischio” è da tempo contestata dalle organizzazioni che si occupano di pace e disarmo ma finora non è mai stata davvero messa in discussione da governo e aziende. C’è però un caso che ha attirato la forte attenzione dell’opinione pubblica italiana, e concerne la recente e dibattuta vendita di navi da guerra all’Egitto, vale a dire allo stesso regime responsabile dell’omicidio di Giulio Regeni. I genitori del giovane ricercatore hanno definito la vendita delle due navi “un tradimento per tutti gli italiani e coloro che credono nella giustizia”, ma le opinioni sono diverse. C’è chi ritiene che le due questioni, quella della vendita di armi e quella delle indagini sul “Caso Regeni”,non debbano essere correlate; dall’altra parte ci sono cittadini e associazioni che ritengono ingiusta questa operazione economica, come denuncia la Campagna #StopArmiEgitto, promossa da Rete Italiana per il DisarmoRete della Pace e Amnesty International Italia. Anche l’Ong per i diritti umani Human Rights Watch si è espressa in merito: “Autorizzare il trasferimento di armi significa far presente al governo egiziano che la sua brutale repressione dei diritti umani, l’assenza di cooperazione sul caso Regeni, e il rifiuto di rilasciare Patrick Zaki – il ricercatore egiziano iscritto all’Università di Bologna, detenuto e sottoposto a presunta tortura al Cairo –  e le altre miglia di prigionieri politici detenuti ingiustamente e in condizioni orribili e di sovraffollamento, non comportano alcuna conseguenza significativa”. Intanto, la transazione è stata fatta ed è valsa 1,2 miliardi di dollari ma il dibattito continua.

(Lia Curcio, Unimondo.org cc by nc)

Foto pixabay

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