Il passo del gambero dell’Europa sul recovery fund

Un passo avanti e due indietro. Che la partita europea sul “recovery fund”, o meglio il Next Generation Eu, sarebbe stata estenuante si sapeva. Speriamo non sia troppo lunga, perché se non si chiude sull’emissione dei bond e i meccanismi che entreranno a pieno regime nel 2021, non si riuscirà neanche a costruire la soluzione “ponte” che interessa di più l’Italia e i paesi del Sud Europa in vista della legge di bilancio autunnale. E dei molti altri provvedimenti che si renderanno necessari per sostenere un Pil in caduta libera.

Oggi i capi di Stato e di governo dei 27 Stati membri tornano a incontrarsi in videoconferenza. Non c’è da attendersi molto se non un nuovo rinvio a uno o due vertici di luglio, forse in presenza. La base di partenza è appunto il maxipiano svelato alla fine di maggio da Ursula von der Leyen. Più o meno 750 miliardi di euro raccolti con titoli emessi e dunque garantiti dalla Commissione da redistribuire sotto forma di trasferimenti a fondo perduto e prestiti agevolati ai paesi più colpiti. Su tutti, l’Italia, con circa 172,2 miliardi di euro, 81 di contributi e 90 di prestiti. Una trentina di meno alla Spagna e poi la Polonia. Un primo punto appare chiaro: sono cifre durate il giro di poche settimane. È assai improbabile che rimarranno queste sia per il volume che per la distribuzione.

Se da una parte c’è la solita opposizione dei cosiddetti “frugali” (Olanda, Austria, Finlandia, Danimarca e Svezia), dall’altra il gruppo dei maggiori beneficiari cercherà di replicare infilando nella partita la trattativa sul bilancio europeo 2021-2027 (fissato in 1.100 miliardi di euro) sperando di fare leva sugli storici sconti (rebates) accordati a quei paesi nel loro contributo all’architrave economica dell’azione di Bruxelles. In mezzo si piazzerà Angela Merkel che dal primo luglio assume la presidenza di turno e che se da una parte ha già deciso che l’economia tedesca non può fare a meno di quella italiana (come scambi commerciali e industriali a tutti i livelli) né dell’asse con la Francia dovrà cercare di mediare, dando una mano alla sua ex ministra Von der Leyen, e arrivare a quella “risposta eccezionale a questa crisi senza precedenti, commisurata alla magnitudo della sfida” come ha scritto il presidente del Consiglio europeo Charles Michel, a cui toccherà la parte sporca della trattativa nel giro del prossimo mese e mezzo. Al solito, le parole non mancano nei comunicati delle cancellerie europee e di Bruxelles: ora servono i fatti.

Non che i soldi già non ci siano. C’è ovviamente il pacchetto da 540 miliardi composto da Mes (a cui l’Italia dovrebbe attingere per curare, e subito, le profonde ferite di una primavera che ha messo in crisi il sistema sanitario, accumulando ritardi che recupereremo forse in un anno), dai fondi Sure per disoccupazione e cassa integrazione a quelli della Bei per le Pmi. Serve però un altro piccolo strumento per traghettarsi, davvero fuori da ogni condizionalità, fino al “recovery fund”. E quello è già un punto di scontro.

Nulla, tuttavia, rispetto al fatto che gran parte dei “frugali” vorrebbero un piano che ruotasse sostanzialmente intorno ai prestiti e non ai trasferimenti a fondo perduto. Insomma, come sempre contestano ogni parametro: dimensioni, modalità, tempi, tutto. L’unica buona notizia è che il fronte sovranista di Visegrad – gli ex amici di Salvini – si è spaccato perché la Polonia rientrerebbe fra i maggiori beneficiari del fondo di ripresa. Ma perfino l’Irlanda non sembra entusiasta della proposta. Che, di nuovo, con ogni probabilità non sfoggerà i connotati di quella presentata il 23 maggio. Sarà dunque la prima sfida per Von der Leyen: se il risultato di luglio sarà davvero troppo distante dal piano annunciato, il suo mandato ne uscirà definitivamente azzoppato dal coronavirus.

Da una parte rimane la solita, frustrante impressione che si tratti non tanto di una battaglia sui numeri ma fra le opinioni pubbliche: ciascuno deve trarre il massimo da dare in pasto alle proprie. Declinando i risultati delle trattative sempre in chiave iperlocalistica, mai di sistema. Non si capisce che un’Europa più solidale e forte è un’Europa in cui tutti ripartono velocemente, ovviamente con le giuste modalità. Anzi: si capisce ma non lo si ritiene un buon argomento da sottoporre ai propri elettori. Tutto il contrario. I vertici Ue, perfino nel pieno di una pandemia da centinaia di migliaia di morti, rimangono piccole battaglie di una più ampia guerra di spartizioni fatta di sovvenzioni, finanziamenti, contributi al bilancio, regole e controregole. Nonostante la rete di tutele che l’Unione rappresenta per i quasi 500 milioni di cittadini sotto mille aspetti, da quelli di sistema a quelli quotidiani, e il sostegno della Bce all’euro e ai debiti sovrani senza il quale saremmo in una situazione ben diversa, la dinamica di fondo rimane questa.

La sfida del recovery fund non è soltanto sostenere Italia, Spagna e altri paesi messi in ginocchio dalla Covid-19 ma anche ribaltare quella dinamica per costruirci sopra l’Unione del futuro. “Next generation”, appunto. Altrimenti è difficile che possa mai nascere una prossima generazione di europeisti.

(Simone Cosimi, Wired cc by nc nd)

Foto EPP cc by

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