Fallimento dei negoziati sul Donbass; si allontana la fine del conflitto

Dopo un primo momento in cui sembrava che Kyiv e Mosca sarebbero stati in grado di raggiungere un accordo sul Donbass, una nuova impasse ha allontanato la prospettiva della fine del conflitto. Il peggioramento dei rapporti fra Mosca e Berlino potrebbe inficiare le possibilità di mediazione.  

1. IL VINCOLO INTERNO DI ZELENSKY

A un anno dall’elezione il Presidente ucraino è ancora lontano dalla realizzazione della sua maggiore promessa elettorale: porre fine alla guerra nel Donbass entro la conclusione del 2020. Il percorso di pacificazione da lui intrapreso, fatto di concessioni unilaterali al Cremlino, appare frettoloso e insostenibile, sia per una buona fetta della società ucraina che per una parte della classe politica (inclusi alcuni membri del suo stesso partito), tanto da essere definito come “capitolazione”. Zelensky ha mosso il primo passo in questa direzione quando, nell’autunno del 2019 (ossia, poco dopo la sua elezione), ha accettato la cosiddetta “fomula Steinmeier“, proposta dal Presidente tedesco per la concessione dello status speciale (leggi autonomia) alle regioni occupate di Donetsk e Luhansk. Allora la notizia venne accolta con sospetto dall’opinione pubblica, anche perché la condizione posta dall’Ucraina del previo ritiro di tutte le truppe non era stata messa su carta. Ma il vero passo falso è stato il tentativo di istituire un “consiglio consultivo in seno al Gruppo di contatto trilaterale dell’OSCE per intraprendere dei negoziati diretti con i proxy di Mosca nel Donbass. Oltre a questo la Russia sarebbe stata “declassata” a mero osservatore, alla pari di Germania, Francia e OSCE. La fuga di notizie circa l’accordo, che sarebbe dovuto restare segreto, ha scatenato l’indignazione popolare e Kyiv ha dovuto tirarsi indietro, adducendo la scusa della Covid-19 quale causa per l’impossibilità fisica di firmare i documenti.

2. IL CREMLINO CAMBIA STRATEGIA

Il passo indietro di Zelensky ha provocato un nuovo stallo dei negoziati. Il suo iniziale atteggiamento conciliatorio ha convinto il Cremlino che, rispetto alla crisi nel Donbass, i tempi fossero maturi per tentare di ottenere il massimo risultato al minimo costo. La sostituzione di Vladislav Surkov, responsabile della gestione della crisi ucraina dal 2014 e fautore di una “linea dura”, con Dmitrij Kozak ha segnato il cambio di passo. Kozak, infatti, è portatore dell’idea che la Russia debba necessariamente sgravarsi dal peso economico della guerra, pur senza tradire gli obiettivi strategici del Cremlino. L’accordo sul consiglio consultivo, di cui è l’autore, avrebbe gettato le basi per la trasformazione di quello che oggi è un conflitto internazionale non dichiarato in una guerra civile, aprendo la possibilità di dimostrare l’estraneità della Russia e di perorare la fine delle sanzioni, senza rinunciare all’influenza su Donetsk e Luhansk. Sembra, però, che l’urgenza manifestata da Kyiv abbia involontariamente tratto in inganno Vladimir Putin, portandolo a sopravvalutare il consenso interno alle politiche di Zelensky e a scoprire troppo presto le proprie carte.

3. IL RUOLO DELLA GERMANIA

Anche i rapporti tra Mosca e Berlino, tradizionale mediatore nella crisi ucraina, non sono ai loro massimi storici. Durante un’audizione al Bundestag del 13 maggio, Angela Merkel ha pubblicamente puntato il dito contro i servizi di intelligence russi, accusati di essere i responsabili del cyber-attacco che ha colpito il Parlamento tedesco nel 2015. Nella medesima giornata, sullo sfondo di quest’accusa senza precedenti, Dmitrij Kozak si è recato nella capitale tedesca dal consigliere per gli Affari Esteri della cancelliera per discutere del Donbass, ma senza che fossero presenti delegati ucraini. Sia la tempistica che la necessità di accordare a Kozak un permesso apposito per recarsi a Berlino (dato il divieto d’ingresso nell’UE) segnalano il fatto che il vero motivo della visita potrebbe essere la necessità di ridefinire le rispettive posizioni in un incontro personale. Per la Russia questo significa necessariamente comprendere la posizione della Germania sulla questione del Donbass, perché il suo allontanamento isolerebbe Mosca e indebolirebbe la sua posizione contrattuale a favore dell’Ucraina.

(Oksana Ivakhiv, Il Caffè Geopolitico cc by nc nd)

Foto 7armyjmtc cc by sa

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