‘Profezie per un mondo migliore’: conversazione con Luca Matti

Si è aperta la scorsa settimana a Bratislava la mostra ‘Profezie per un mondo migliore’ dell’artista Luca Matti. A causa della situazione internazionale di emergenza dovuta al Covid-19, l’artista non è potuto essere presente al Kabinet di Bratislava dove le sue opere sono esposte fino al 26 giugno. Abbiamo dunque posto all’artista alcune domande per meglio penetrare il suo mondo.

Sei sempre stato sensibile alle tematiche dello sviluppo e delle sue conseguenze sulle città e sulle nostre vite. Pensi che l’emergenza Covid-19 riuscirà ad insegnarci o a cambiare qualcosa? 

Sicuramente questo momento rimarrà scolpito nella nostra memoria per molti anni e speriamo che rimanga solo un ricordo, una brutta esperienza dalla quale imparare la lezione. Senza dubbio è la prima volta che ci siamo ritrovati a vivere con le limitazioni imposte dall’emergenza Covid-19. Città svuotate, negozi chiusi, migliaia di persone recluse in casa, in quarantena, senza sapere e capire bene l’entità e la gravità della situazione. Lavoro fermo, crisi economica. Per la prima volta in vita nostra (o almeno la mia) ci siamo trovati a fare lunghe code ai supermercati per l’approvvigionamento alimentare e tutta la nostra vita sociale si è frantumata e ridotta a messaggini, video chiamate e incontri virtuali sulle varie piattaforme. Tutto questo credo che abbia indotto una profonda riflessione sul nostro modo di vivere e consumare, forse ci siamo resi conto del valore delle cose, della differenza tra superfluo e essenziale. In un primo momento sono stato tra quelli che hanno visto in questo evento epocale un’occasione e un valido e concreto motivo per una presa di coscienza planetaria che orienti il mondo verso altre priorità. Nel profondo continuo sempre a sperarlo, ma al contempo, anche se è ancora presto per dirlo, mi sembra che come al solito l’uomo dagli eventi della storia non impari nulla e appena passata la paura tutto ricominci a girare come prima, in virtù del mantenimento degli equilibri economici e di potere oramai consolidati. Devo anche dire però che ho grande fiducia nelle nuove generazioni e nel potenziale che possono esprimere i giovani nel futuro, se aiutati in un percorso di crescita e di evoluzione che i governi dovrebbero impegnarsi maggiormente a incentivare e tutelare.

I tuoi quadri coniugano l’arte con l’architettura – hai anche realizzato una serie di ritratti dei maggiori protagonisti dell’architettura mondiale – da dove viene questo doppio interesse?

Ho sempre visto la città come contenitore, palcoscenico, teatro dove assistere alla commedia umana. Sono cresciuto nella Milano della metà degli anni ’60, di cui porto nella memoria i grandi palazzi, i bassorilievi di Sironi, le grandi strade, il grattacielo Pirelli. In seguito mi trasferii a Firenze e poi abitai per molti anni nella campagna toscana, ma nonostante questo la città per me ha sempre avuto un significato particolare in quanto luogo, spazio fisico e architettonico, che determina e influisce sulla vita dell’uomo, tematica su cui mi cimento da oltre venticinque anni. Ricordo che dopo una decina di anni che lavoravo sui vari aspetti del rapporto uomo-città, decisi di dedicare una grande mostra proprio al tema della città stessa, all’architettura e alla figura dell’architetto come demiurgo. Nacque in occasione di quella iniziativa la mia passione e interesse per tale materia. Decisi di omaggiare con un ritratto tutti i grandi architetti, costruttori di grattacieli, palazzi e edifici, che hanno portato un nuovo pensiero e un nuovo modo di concepire l’architettura, a partire dalla Scuola di Chicago di fine ‘800 fino ai giorni nostri. L’interesse, il fascino e l’ammirazione che provo per certi architetti hanno influito molto sul mio lavoro di pittore. Sicuramente questo elemento nei miei quadri, anche se volutamente ‘azzerata’, nel disegno e le forme, ricopre un ruolo da protagonista in tutta la mia produzione.

Quali sono i tuoi artisti preferiti, i tuoi punti di riferimento?

In tutto il mio percorso artistico i maestri e i punti di riferimento sono stati molti, a seconda dell’età, delle esperienze e degli interessi del momento. Tutt’ora scopro artisti di tutte le epoche e tendenze che mi coinvolgono e affascinano tanto. Però naturalmente ho dei maestri e delle opere che hanno segnato profondamente tutto il mio lavoro. Lascio da parte i libri, gli scrittori, i film e i registi che fanno parte del DNA di tutto il mio lavoro. Attenendomi al mondo dell’arte visiva, il mio primo maestro è stato sicuramente Walt Disney. Grazie ai suoi disegni e cartoni animati provai per la prima volta in vita mia l’esigenza urgente di imparare a disegnare come lui. Ricordo anche che in casa erano appese alcune riproduzioni dei disegni di Leonardo Da Vinci e di Michelangelo che sono un tassello importante nella memoria della mia infanzia. In seguito sono stati illustratori e disegnatori di fumetti, ma poi crescendo e allargando le conoscenze mi sono imbattuto nelle figure allungate e nervose di El Greco, nelle Demoiselles d’Avignon di Picasso, nei volti scavati e spigolosi di Kirchner e degli espressionisti, nei futuristi, nelle periferie urbane di Mario Sironi e in Boccioni, di cui la scultura Forme Uniche della continuità nello spazio resta per me un esempio e un modello assoluto. Tra i contemporanei i miei ‘eroi’ sono Robert Longo, Gino de Dominicis, Antony Gormley, William Kentridge, Anselm Kiefer, Jan Fabre. La lista sarebbe lunga, anche perché come dicevo è soggetta a continui cambiamenti dovuti agli interessi e infatuazioni del momento, ma sostanzialmente la struttura di base su cui prende forma il mio lavoro affonda le radici negli artisti qui citati.

Qual’è il tuo processo creativo, o quali sono i ritmi di una giornata nell’atelier?

Il processo creativo è la parte più entusiasmante e coinvolgente della realizzazione di un’opera. Spesso vedendo un mio quadro o scultura degli anni passati, ricordo esattamente il momento in cui lo realizzai, ma soprattutto quello che riemerge è la tensione creativa, quello stato quasi febbrile in cui tutti i sensi hanno partecipato a dare forma a quell’urgenza, e provo quasi nostalgia di quei momenti così intensi. L’origine del processo creativo è difficile da definire perché è molteplice e vario. Molte mie opere degli anni giovanili sono nate scavando dentro di me e elaborando riflessioni sull’esistenza. Altre sono nate sulla suggestione di un determinato libro o frase di uno scrittore o un regista. Una fonte inesauribile di ispirazione è la radio e le notizie che ascolto dal mondo. Tutto comunque, o quasi, nasce sempre tracciando qualche segno, spesso casuale, su un foglio che poi può divenire l’inizio di un percorso o un vicolo cieco che non porta a nulla. Faccio particolare attenzione ai disegni che scarabocchio mentre parlo al telefono. Mi interessano in quanto sono disegni che nascono senza alcuna intenzione, nessuna progettualità, la mano traccia volti, figure, volumi impossibili, nei quali però a volte scopro elementi o particolari interessanti che saranno un punto di partenza fondamentale per il processo creativo. Certi quadri hanno una lunga gestazione prima di concretizzarsi, altri si manifestano improvvisamente nella mente e nel giro di pochi giorni sono realtà. Tutto questo avviene in un luogo per me fondamentale per lavorare, lo studio. Trovo molte difficoltà a elaborare le cose se non sono nel mio ambiente, nel mio mondo. In estate, in vacanza al mare o in montagna, non riesco a fare mai quasi niente. L’ambiente in cui mi trovo è determinante. In genere passo gran parte del mio tempo in studio, dove lavoro a vari elementi contemporaneamente e dove spesso sono le opere stesse che mi suggeriscono i percorsi da intraprendere successivamente.

Personalmente credo che ogni artista produce, rappresenta le cose che assorbe nell’arco della propria esistenza, quindi è un processo sempre in evoluzione e con ciò anche il proprio stile, sei d’accordo su questo?  

Assolutamente sì. Il mio lavoro nasce sempre da un’esigenza interiore, dal bisogno di affrontare una tematica ed esprimere qualcosa che prende forma attraverso elementi della realtà e della situazione che vivo in quel momento. Nasco come illustratore e disegnatore di fumetti ed è quello il linguaggio che all’epoca mi serviva per raccontare quel tipo di storie. In seguito, gli eventi e le esperienze, belle e brutte della vita, cambiano il tuo modo di vedere e sentire le cose e con esse i gesti, le modalità, lo stile. L’utilizzo rigoroso del bianco e del nero (grigi compresi), che dal 1994 contraddistingue la mia produzione pittorica, nasce proprio dall’esigenza di raccontare la realtà che mi circonda privata dei colori per renderla, paradossalmente, più cruda, reale e vera. Ancora prima, nel 1989/90, iniziai a creare delle sculture con le camera d’aria delle moto e delle automobili, proprio per evocare attraverso questo materiale il movimento, la velocità, il traffico, il ritmo della vita contemporanea. In seguito, nel 2011, il grande disastro ecologico nel Golfo del Messico, determinò un altro profondo cambiamento nel mio stile e modo di lavorare. I quadri che nacquero in quel periodo, affrontando il tema del petrolio e del concetto di crescita e sviluppo, li realizzai dipingendo con il solo bitume, materiale che per origine e colore è subito riconducibile a quella materia prima. Penso che la bellezza dell’arte stia proprio in questa ricerca ed evoluzione senza fine per poter continuare a parlare con gli uomini di tutto il mondo e di tutti i tempi.

Sei stato 2 volte a Bratislava, una volta per la tua esposizione del 2012 al Ministero della Cultura e poi nel 2016 come giurato nel Premio Malba VÚB Banka, quali sono i ricordi dei passaggi in questa città?

Ricordo ancora come fosse ora il giorno in cui il gallerista con cui lavoravo all’epoca mi telefonò per annunciarmi la mostra a Bratislava. Non ero mai stato in Slovacchia ed ero curioso e emozionato. Devo dire che fu un’esperienza indimenticabile, prima di tutto per l’accoglienza e l’organizzazione a cura dell’Istituto Italiano di Cultura, poi perché scoprii una città molto stimolante dal punto di vista artistico per le gallerie e le esposizioni di giovani artisti che visitai. Avvertivo un interesse, una volontà e un’attenzione particolare a dare spazio agli artisti che è molto bello e gratificante per chi fa il mio mestiere. Fu davvero un grande onore per me poter presentare il mio lavoro in un luogo prestigioso e importante come il Ministero della Cultura e ho sempre sperato, attraverso il mio lavoro, di aver potuto creare un dialogo, uno scambio reciproco, una riflessione insieme, sulla vita dell’uomo di oggi. Al mio rientro in Italia, a Firenze dove vivo e creo, appesi a una parete dello studio il manifesto della mostra come ricordo di quell’esperienza e da allora è sempre rimasto lì, con la speranza di poter tornare ancora. Segno di un sottile legame tra me e Bratislava, pochi anni dopo sono stato invitato a far parte della giuria del Premio Malba VUB Banka, ruolo che ho accettato con grande responsabilità e riconoscenza e che ha confermato ulteriormente la mia impressione sull’interesse e l’attenzione degli slovacchi per l’arte e la cultura. Quei pochi giorni mi permisero di vedere e conoscere il lavoro dei giovani pittori selezionati e comprenderne le potenzialità espressive e di linguaggio in grado di dialogare oltre ogni confine. Tra l’altro la selezione e la scelta dei vincitori, nonostante tutte le opere presentate fossero di alto livello, avvenne in modo abbastanza semplice, dato che ci trovammo subito tutti d’accordo sull’assegnazione dei vari premi. Ricordo anche la visita al Danubiana Museum che mi piacque moltissimo e poi non dimenticherò mai la gentilezza, disponibilità e attenzioni ricevute da parte di tutta l’organizzazione. Non posso non ricordare poi l’aspetto culinario che ha reso ’sublimi’ alcuni momenti a Bratislava. Ora, mentre scrivo, so che una parte di me è nuovamente in quella bella e viva capitale e questo, nonostante il dispiacere per non essere potuto venire, mi rende estremamente felice e fiducioso che prima o poi avrò una nuova occasione a Bratislava.



 

Luca Matti è un pittore e scultore fiorentino con la grande passione per l’animazione

Si è occupato a lungo di fumetto, illustrazione e grafica, collaborando con riviste e case editrici.

Si dedica alla scultura dal 1988 creando opere con camera d’aria di ruote, tubi di pvc e materiali poveri, sviluppando un personale stile che lo aveva collocato tra i giovani artisti di spicco della scena italiana.

Nei primi anni ‘90 già risulta ben delineata la tematica che resterà poi fondamentale in tutti i suoi lavori successivi: il rapporto dell’uomo con la città e il frenetico inarrestabile processo di urbanizzazione.

Dalla metà degli anni ‘90 inizia un’intensa attività espositiva, tra cui ricordiamo le mostre personali al Centro d’arte Spaziotempo di Firenze, alla Galleria Massimo Carasi di Mantova, al Parlamento Europeo di Strasburgo, al Teatro Romano di Fiesole, alla Fondazione Mudima di Milano, con Mark Kostabi ai Magazzini del Sale di Cervia, al Ministero della Cultura di Bratislava, al CAMeC – Centro Arte Moderna e Contemporanea di La Spezia. Nel 2016 espone con Lucio Pozzi all’Art Bludenz, e da solo presso Cappelleschi Art Gallery di Knokke.

Successivamente viaggia, insieme alle sue opere, a Qingdao in Cina. Nello stesso anno, nel 2017, realizza una grande installazione nella sede della Maison della stilista Patrizia Pepe.

Nel 2019 delle sue sculture vengono esposte presso l’Accademia dei Georgofili di Firenze.

Le opere del Matti sono presenti in importanti collezioni pubbliche e private, tra cui la Collezione Farnesina Experimenta, esposta presso il Ministero degli Affari Esteri a Roma.

La mostra al Kabinet si svolge nell’ambito del festival italiano in Slovacchia “Dolce Vitaj”, sotto il Patrocinio del Sindaco di Bratislava Matúš Vallo.

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Quando: 1.6 -26.6.2020
Dove: Kabinet, Račianska 22/a, Bratislava
Organizzato da: Istituto Italiano di Cultura di Bratislava, Kabinet -Bratislava
In collaborazione con: Ambasciata d’Italia in Slovacchia
Info: IIC Bratislavawww.lucamatti.it

Foto IIC / Rudolf Baranovič

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