Il “trauma” del Trianon cento anni dopo: Ungheria e Slovacchia ricordano la firma del Trattato di pace

Una ferita che resta aperta e brucia ancora. Un venerdì nero per l’Ungheria, quel 4 giugno del 1920, scandito dal suono martellante delle campane e dal rumore assordante delle sirene. Erano le 10 del mattino e gli ungheresi smisero di lavorare per radunarsi, a migliaia, nelle strade e nelle piazze. Insieme, per condividere la rabbia e la delusione di fronte ad un evento storico che frantumava una nazione e negava la speranza in un futuro migliore riservata invece ad altri popoli.

Il “tradimento” si era consumato nel luogo in cui il re di Francia Luigi XIV cercava rifugio per sfuggire agli intrighi di corte e Napoleone celebrò il suo matrimonio “politico” con Maria Luisa d’Austria. Nel castello del Grand Trianon, il 4 giugno 1920, tra l’Ungheria e le potenze vincitrici della prima guerra mondiale fu firmato il trattato di pace che sancì definitivamente il destino del Paese, smembrando il suo territorio e delineando nuovi confini. L’Ungheria perse infatti quasi due terzi del proprio territorio e lo sbocco al mare garantito dalla Croazia e dal porto di Fiume… E la Slovacchia entrò a far parte della neonata Cecoslovacchia.

Il Regno d’Ungheria contava una popolazione di 21 milioni di abitanti prima della guerra e ben 11 nazionalità diverse. Dopo il conflitto la popolazione si ridusse a 7,6 milioni, e furono tre milioni gli ungheresi che si ritrovarono a vivere in terra straniera. Ogni nucleo familiare può dire oggi di avere un membro della famiglia costretto a lasciare la propria casa e i propri affetti per trasferirsi nella nuova Ungheria. Molti sono rimasti separati per decenni, altri sono rimasti a vivere nei Paesi vicini – Cecoslovacchia, Austria, Jugoslavia e Romania -, formando comunità minoritarie. Un’autentica diaspora. Ancora oggi due milioni di ungheresi vivono fuori dalla propria patria.

Ma l’immagine della “Grande Ungheria” circola ancora in certe mappe stradali, sugli adesivi applicati alle auto e sulle magliette vendute ai turisti. Recentemente la mappa è stata anche pubblicata su Facebook, non senza un’intenzione provocatoria, dal primo ministro Viktor Orbán, che nel 2010 proclamò il 4 giugno “Giornata della coesione nazionale”.
Cento anni sono passati dal giorno che molti ungheresi considerano come una tragedia nazionale e che hanno ricordato con le bandiere a mezz’asta. In tutta l’Ungheria, alle 16:30, il rintocco di 15.000 campane ha accompagnato la commemorazione dell’evento e i mezzi pubblici si sono fermati. In serata, il Ponte delle Catene di Budapest è stato illuminato con i colori della bandiera ungherese, rosso-bianco-verde.

La necessaria “rielaborazione del lutto”

Il Trianon è un evento traumatizzante che fa parte della cultura del popolo ungherese e che, secondo gli storici, risulta imprescindibile per capire l’Ungheria di oggi.
Un’amara eredità concentrata in un mosaico di eventi drammatici: il trauma della sconfitta militare, con l’enorme perdita di vite umane e risorse materiali, il dramma delle minoranze, la disgregazione economica del Paese, il danno al suo prestigio politico, il problema della ricostruzione postbellica.
Ma se il Trianon può apparire quasi come una “sindrome”, con il rischio di dare luogo a facili strumentalizzazioni in chiave nazionalista, c’è anche chi vede nel trattato “una nuova tappa nella convivenza” tra i popoli, in particolare tra ungheresi e slovacchi.

La presidente Zuzana Čaputová, incontrando gli ungheresi che vivono in Slovacchia, ha voluto ricordare i forti vincoli tra i due popoli. “Anche se non vediamo sempre la nostra storia comune allo stesso modo, il nostro passato comune, le nostre esperienze condivise, le relazioni familiari, i valori culturali e i nostri risultati comuni ci collegano fortemente. Abbiamo realizzato grandi cose insieme.”
La presidente ha sottolineato il contributo degli ungheresi che vivono in Slovacchia alla difesa della libertà democratica nel 1989 e il valore reciprocamente arricchente delle differenze culturali. “È importante per il nostro futuro comune cercare ciò che ci unisce come persone e cittadini”, ha dichiarato Čaputová.

Alla vigilia dell’anniversario della firma del Trattato del Trianon, il primo ministro Igor Matovič ha incontrato i rappresentanti della comunità ungherese in Slovacchia nel castello di Bratislava. Durante la riunione Matovič ha ribadito la tutela dei diritti dei cittadini ungheresi da parte del governo slovacco.
Per parte loro, i rappresentanti del Partito della comunità ungherese hanno consegnato al primo ministro un documento con richieste di modifica del preambolo della Costituzione slovacca e l’introduzione dell’ungherese come lingua ufficiale nei tribunali.

Le preoccupazioni della comunità ungherese nascono dal rischio di non riuscire a preservare la propria identità culturale. Ad esempio, Levice, nella Slovacchia occidentale, fino ad un secolo fa faceva parte dell’impero austro-ungarico e contava su una percentuale molto alta di ungheresi (90%).
Ora le cifre si sono invertite, dato che il 90% della popolazione è costituito non più da ungheresi, ma da slovacchi. L’associazione locale Reviczky ha avviato alcuni progetti per preservare la cultura della comunità ungherese, come ad esempio un corso di lingua ungherese rivolto agli slovacchi.
Non si tratta di un rigurgito nazionalistico, assicura il vice sindaco di Levice, Csaba Tolnai, ma semplicemente il desiderio di mantenere la tradizione multietnica della città, un tempo crogiuolo e crocevia di popoli: slovacchi, tedeschi e cechi, oltre naturalmente agli ungheresi.

(Paola Ferraris)

Foto: CoolKoon (CC BY-SA 3.0)
Agence Rol. Agence photographique CC0, Orbán Viktor (Fb)
prezident.sk (Dunajská Streda, novembre 2019)
Reviczky Társulás Léva (Fb)

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