Un nuovo studio riscrive la storia dell’epidemia di Covid

In Europa e negli Stati Uniti i primi focolai di covid-19 sarebbero scoppiati più tardi di quanto fosse stato ipotizzato finora. È la conclusione raggiunta da uno studio preliminare condotto da ricercatori di varie istituzioni, guidati da Michael Worobey, biologo dell’università dell’Arizona. Secondo la loro analisi, il virus non si è diffuso a partire dai primi casi accertati a gennaio – per esempio nello stato americano di Washington e nel nord dell’Italia – ma solo in un secondo momento, a partire dalla metà di febbraio. È una conclusione importante a livello scientifico, perché aiuta a ricostruire la storia della pandemia, e anche a livello politico-sanitario, perché permette di fare valutazioni nuove sulle risposte messe in campo dai governi occidentali.

Per ricostruire la storia di un virus, spiega il New York Times, i ricercatori osservano le sue mutazioni genetiche, che si verificano man mano che il virus si moltiplica. Così riescono a tracciare i movimenti del virus attraverso una popolazione e poi a fare una stima su quando un focolaio si è acceso in una determinata regione.

È quello che hanno fatto gli scienziati del Fred Hutchinson cancer research center tra gennaio e febbraio per capire la diffusione del virus nello stato di Washington, la prima regione statunitense a essere colpita dal covid-19. Hanno sequenziato il genoma del virus trovato in un uomo atterrato all’aeroporto di Seattle il 15 gennaio (il primo caso di covid-19 conosciuto negli Stati Uniti), poi l’hanno confrontato con il genoma del virus di una persona risultata positiva il 24 febbraio. Le due sequenze erano quasi identiche, fatta eccezione per due mutazioni. Così hanno concluso che il virus era circolato nello stato per sei settimane, ed era mutato nel frattempo. Questo voleva dire che molto probabilmente c’erano già centinaia di persone infette, e che l’esplosione dell’epidemia era imminente. Sulla base di queste valutazioni le autorità hanno adottato misure aggressive per limitare la diffusione del virus.

Dall’Europa a New York
All’inizio Worobey e i suoi colleghi hanno trovato l’analisi del Fred Hutchinson convincente. Poi, però, hanno deciso di approfondire le indagini. Hanno osservato l’andamento dei primi contagi al computer usando un programma che simula la diffusione e le mutazioni del nuovo coronavirus, scoprendo che non c’era un collegamento tra il virus trovato a gennaio e i successivi focolai. Era molto più probabile, hanno concluso, che il virus che ha dato il via all’epidemia attuale fosse arrivato dalla Cina intorno al 13 febbraio. Significa due settimane dopo che il presidente Donald Trump aveva imposto il divieto di ingresso a chi arrivava dalla Cina. Ma, secondo un’analisi del New York Times, in quel periodo almeno 40mila persone erano potute entrare comunque negli Stati Uniti, alcune dall’aeroporto di Seattle. Secondo Worobey il virus che ha scatenato l’attuale epidemia potrebbe essere arrivato proprio nel momento in cui il paese era teoricamente più al sicuro.

L’équipe di Worobey ha raggiunto una conclusione simile riguardo all’Italia. A fine febbraio nel paese è scoppiato il primo focolaio europeo. La sequenza genetica del virus era simile a quella del virus trovato in una donna che a gennaio aveva viaggiato dalla Cina alla Germania, così alcuni ricercatori avevano concluso che il virus fosse arrivato in Italia da un viaggiatore tedesco. Secondo le simulazioni al computer di Worobey, invece, il virus che ha causato l’attuale epidemia sarebbe arrivato dalla Cina a metà febbraio. Dall’Europa sarebbe poi stato portato a New York (Trump non aveva ancora bloccato i voli dall’Europa), scatenando l’epidemia che nello stato ha causato finora 30mila morti.

In diversi paesi del mondo il nuovo coronavirus sarebbe quindi arrivato più di una volta, attraverso più di una persona, e non avrebbe sempre dato il via a una catena di contagi. In questi casi la trasmissione sarebbe stata scarsa o nulla, e il virus si sarebbe semplicemente spento.

Worobey è convinto che gli Stati Uniti avrebbero avuto il tempo di prepararsi prima dell’arrivo del virus, in una fase in cui i tamponi e il contact tracing potevano fare la differenza.

I ricercatori che hanno condotto questo studio avvertono che i loro risultati non sono definitivi, perché potrebbero emergere nuove prove ed elementi man mano che il Sars-cov-2 sarà più conosciuto. In ogni caso gli scienziati di altre istituzioni in tutto il mondo hanno accolto positivamente le conclusioni a cui sono arrivati Worobey e i suoi colleghi.

(Internazionale.it cc by nc nd)

Foto unb.sk

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