Progettare le Smart city di domani: cosa imparare dalla pandemia

Andrà tutto bene. Lo abbiamo sentito, letto, magari anche scritto su qualche lenzuolo nel corso di queste settimane di quarantena collettiva. Perché noi italiani siamo forti, siamo responsabili, siamo intelligenti. Di più, siamo resilienti, ha aggiunto qualcuno, capaci di non spezzarci anche davanti alle peggiori avversità. Tutto vero, ma affinché questa triste esperienza non resti solamente un esercizio di retorica avanzata dovremmo ricordarci d’ora in avanti della lezione imparata: il miglior premio per la nostra forza, il miglior premio per la nostra resilienza è la pianificazione di ciò che sarà domani. Perché il giusto ottimismo con cui guardare avanti non è quello di chi chiude gli occhi e confida nel fato; ma quello di chi ha segnato sul proprio taccuino gli errori, per analizzarli, studiarli e non ripeterli. Tanto a livello individuale, quanto a livello collettivo.

E su quel taccuino figurano oggi moltissime leggerezze che abbiamo commesso inseguendo un’idea distorta di progresso e di espansione. A incominciare dalla progettazione degli spazi in cui viviamo, dal nostro approccio alla comunità, dal nostro rispetto – talvolta insufficiente – verso l’ambiente. Chiudendoci in casa, d’altronde, abbiamo sperimentato sulla nostra pelle come fosse molto più facile sapere che cosa stesse accadendo dall’altra parte del mondo, dalla Cina agli Stati Uniti, di capire quale fosse la situazione nel nostro quartiere. Internet, i media, le piattaforme digitali varie ed eventuali ci hanno messo in collegamento diretto con il mondo intero; ma al contempo abbiamo dovuto riscoprire i servizi di vicinato: talvolta lo abbiamo fatto con successo, e con grande sorpresa; talvolta abbiamo invece dovuto constatare quanto ci sia da lavorare sulle connessioni locali.

Prossimità, dunque, dovrà essere una parola d’ordine da tenere bene a mente nella progettazione delle città del futuro: non a caso anche la sindaca di Parigi, Anne Hidalgo, ha sottolineato come in una metropoli ideale ogni cittadino dovrebbe poter trovare nel raggio di 15 minuti a piedi tutti i servizi necessari alle proprie esigenze. In caso di nuovi limiti agli spostamenti individuali, certo, ma anche per promuovere un altro fattore fondamentale della Smart City. Che curiosamente fa rima con prossimità, ed è ovviamente sostenibilità. Una parola che negli ultimi anni è stati spesso ripetuta, evidenziata, talvolta giocata in modo un tantino gratuito, ma che ora più che mai si presenta come un vero e proprio faro obbligatorio per le scelte di politica, settore pubblico, imprenditori e singoli cittadini.

E l’abbattimento delle distanze e dei costi ambientali legati alla mobilità e al trasporto sono parte integrante di una strategia che punta alla sostenibilità. Sia per quanto riguarda i beni e le merci, che possono oggi contare sulle crescenti produzioni a chilometro zero o a chilometro buono, sia per quanto riguarda i servizi, come quelli energetici, che stanno portando allo sviluppo delle cosiddette energy community: comunità che sono potenzialmente indipendenti dal punto di vista energetico, dove i cittadini si scambiano in modo intelligente energia tra di loro, con minori perdite di sistema, grazie a reti smart e alla produzione autonoma, come attraverso i pannelli fotovoltaici e le batterie d’accumulo oppure grazie al teleriscaldamento.

Un approccio nuovo al tema, dunque, che mette in luce una necessaria commistione di pubblico e privato, di politica comune e di scelte del singolo.

(Wired.it, cc by nc nd)

 

Foto Pxfuel CC0

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