Smettiamola di definirlo “distanziamento sociale”: riflessioni sugli spazi collettivi ai tempi del coronavirus

Il termine “distanziamento sociale” è destinato a segnare il 2020, e questa pandemia sta mettendo a serio rischio la vita urbana e le relazioni sociali; all’improvviso i centri urbani, soprattutto quelli più popolosi, sono diventati dei teatri spettrali senza segni di vita per le strade, perfette scenografie per film su realtà distopiche.

Se in molti si sono sentiti imprigionati all’interno delle mura domestiche, a maggior ragione questo è ancor più avvertito da quelli che vivono in abitazioni particolarmente inadeguate ad affrontare quarantene e lockdown. Se le nuove tecnologie (House Party e Zoom) ci permettono di mantenere canali di comunicazione con colleghi, amici e famigliari, queste non sono di certo in grado di sostituire l’intima sinergia e le opportunità di socializzazione che la città offre.

Questa crisi sembra dare ragione al sociologo Eric Klinenberg, che nel suo libro Palaces for the People promuove l’importanza dell’infrastruttura sociale (spazi pubblici tra cui parchi e piazze) e degli spazi collettivi per lo sviluppo di una società più egualitaria.

Mentre i leader mondiali si sono allineati (con alcune differenze sul loro rigore) circa l’applicazione delle misure di contenimento del Covid-19, i cittadini sono stati capaci di riorganizzarsi spontaneamente per ricostruire dei ponti sociali che sono venuti a mancare, all’improvviso, con la chiusura dei parchi e con la quarantena.

La ricerca di interazione tra individui, non solo tra amici e famigliari, può essere anche letta in chiave solidale: per esempio, nelle strade di Napoli i panieri calati dai balconi invitavano i passanti – chi poteva – a “mettervi” beni di qualunque tipo, e i meno fortunati, a “prendere”; in alcune città americane i Little Free Libraries, delle piccole nicchie dove la gente lasciava un libro letto per prenderne uno nuovo, si sono trasformate in spazi dove la gente lascia dei beni di prima necessità ai più bisognosi.

Tali iniziative sono una risposta alle misure prese dai governi, restrizioni che sostanzialmente hanno a che fare con il concetto di spazio (dobbiamo stare a 2 metri di distanza l’uno dall’altro). Nella misura in cui si deve contenere la propagazione del virus, l’adozione del termine “distanziamento sociale” è particolarmente fuorviante. Quello che dobbiamo rispettare è un “distanziamento spaziale”, non una rottura totale con la società.

Come scrive Jan Gehl nel suo libro Life Between Buildings “non fino a che la distanza tra due persone sia sufficientemente corta, sarà possibile riconoscere dei dettagli e altre persone come degli individui.” L’enigma sta quindi nel capire come sia possibile mantenere delle relazioni sociali con altri individui e allo stesso tempo rispettare il distanziamento stabilito a due metri.

L’insistente ricerca di interazioni sociali reali è stata documentata sui giornali tutti i giorni negli ultimi due mesi, dalle immagini di musicisti che hanno trasformato strade in palchi e balconi in platee, agli applausi per il personale sanitario, alle tombolate organizzate dai ballatoi a Dublino, fino ad arrivare alle proteste organizzate contro Bolsonaro dove i residenti usavano utensili da cucina per manifestare e far sentire la propria voce, non avendo la possibilità di scendere in strada.

A causa di misure come il distanziamento, la quarantena e la momentanea assenza di spazi pubblici tradizionali, è importante fare delle considerazioni su questo impellente bisogno d’interazione sociale e di partecipazione civile su scala sia architettonica sia urbana. La soglia tra spazio pubblico e spazio privato sembra essersi dissolta, e il concetto di ‘pubblico’ è stato completamente rivisitato.

Mentre cucine e sale da pranzo sono diventate luoghi per lavorare e per studiare, spazi di transizione dalla sfera privata a quella pubblica-  quali balconi, terrazze condominiali e ballatoi – sono stati riscoperti come validi sostituti allo spazio pubblico, seppure temporaneamente.

I balconi, in particolare, soglie che per secoli hanno svolto un ruolo sociale nel connettere abitazioni private con strade e corti, rimangono ad oggi fra i pochi spazi dove si possa contemplare la natura e la città, e dove sia consentita una correlazione con i vicini e i dirimpettai.

Nell’Europa meridionale il balcone per secoli ha svolto una funzione cerimoniale e partecipativa; come nelle case di ringhiera milanesi (pensate per la classe operaia), dove il ballatoio, che permette alle persone di raggiungere gli ingressi delle proprie abitazioni, è sempre stato considerato un luogo d’interazione sociale.

Nell’Europa del Nord, invece, dove il clima è diverso, questi spazi non fanno parte dell’architettura autoctona e la loro introduzione nelle tipologie abitative di nuova costruzione (imposta di recente dal quadro normativo inglese) è più uno strumento per assicurarsi il permesso di costruire che uno spazio concepito per essere abitato. A Londra, per esempio, i balconi raramente sono usati come spazi dove stare all’aperto o riconnettersi alla città; sono spesso usati come ripostigli.

La pandemia ha colpito prevalentemente i gruppi sociali più vulnerabili che vivono in aree urbane svantaggiate e con pochi servizi, dove l’infrastruttura sociale rimane insufficiente o inesistente. Ad oggi avere un balcone, una terrazza o un giardinetto sulla strada sembra essere un lusso.

Al contrario, il bisogno di aria fresca è maggiore per quelli che vivono in abitazioni inadeguate, molte volte troppo piccole e poco collegate a servizi pubblici. Per esempio, secondo l’associazione Shelter, centinaia di migliaia di cittadini nel Regno Unito vivono in appartamenti sovraffollati. Secondo l’OMS, più lungo sarà l’isolamento in abitazioni inadeguate, senza doppio affaccio e mal pensate, più facile sarà la trasmissione di questo virus e di altre malattie tra cui depressione e psicosi.

Questa crisi ci sta offrendo una grande opportunità di ripensare e di valorizzare luoghi come i parchi e giardini, ma anche spazi come terrazze e ballatoi, spesso ignorati, e così di riconsiderare la scala di valori sociali e del vivere collettivo. Capire le debolezze delle infrastrutture delle nostre città durante o dopo lo scoppio di un’epidemia non è di certo un concetto nuovo. Basti pensare, infatti, alle riforme adottate a Londra dopo l’epidemia di colera del 1854, o come la laguna veneziana sia riuscita a mitigare la diffusione della peste con quasi un secolo di anticipo su altre città europee.

Come possiamo quindi contribuire da architetti alla lotta contro questo virus? Questa necessità collettiva verso una partecipazione civica è solo una necessità temporanea o va oltre il bisogno del momento? La crisi finanziaria del 2008 ha visto la nascita del tactical urbanism, ovvero di interventi spontanei a basso costo sul tessuto urbano focalizzati sullo spazio pubblico e sulla creazione di nuove relazioni sociali. Sebbene negli ultimi anni l’importanza dello spazio pubblico come luogo di aggregazione essenziale sia stata rivalutata, anche grazie alla New Urban Agenda – il documento risultante dalla conferenza Habitat III, svoltasi a Quito nel 2016 -,  oggi è importante riconsiderare e ripensare spazi di transizione tra sfera privata e pubblica. Essi sono essenzialmente da considerarsi come elementi chiave per l’abitare collettivo e come spazi di aggregazione, sebbene in questo momento, a distanza.

(Andrea Panizzo e Joel Hart)


Gli autori:

Andrea Panizzo è architetto, co-fondatore di EVA Studio, studio di architettura con sede a Londra e a Port-au-Prince (Haiti); lo studio ha alle spalle un portfolio di progetti con intento sociale che variano dalla scala architettonica alla scala urbana, includendo spazi pubblici. Lo studio si occupa anche di progettazione partecipativa con  comunità vulnerabili sia a Haiti sia in Libano, dove EVA ha appena concluso un progetto al fine di promuovere l’integrazione tra rifugiati siriani e libanesi.

Joel Hart è antropologo dottorando presso l’Institute of Social & Cultural Anthropology e il Centre On Migration, Policy & Society (COMPAS), dell’Università di Oxford. La sua tesi si focalizza sulle contraddizioni tra nazionalismo e urbanismo in Palestina ed Israele.

Insieme hanno sviluppato diverse ricerche multidisciplinari sui rifugiati urbani e sulla relazione tra la recupero delle periferie e le comunità più vulnerabili.

Foto StockSnap
Ciro de Luca/Twitter
gentile concessione di Andrea Panizzo

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