La polizia ha le comunicazioni tra Vadalà e Trošková: “grazie a me sei arrivata così in alto”

La polizia sarebbe in possesso delle comunicazioni tra i telefoni di Mária Trošková, l’assistente dell’ex primo ministro Robert Fico (Smer-SD), e Antonino Vadalà, condannato in Italia a nove anni per traffico internazionale di droga e associazione mafiosa, che come illustrava Maria Grazia Mazzola avrebbe aperto una ‘ndrina, una cellula della ‘ndrangheta, in Slovacchia. Trošková aveva avuto una relazione con Vadalà, oltre a esserne stata socia in affari, e avrebbe continuato a comunicare con l’ex anche dopo essere stata assunta all’ufficio di governo. Secondo quanto riportato da Aktuality.sk, Trošková ha scambiato con Vadalà messaggi su questioni private, ma i due avrebbero anche discusso di riciclaggio di denaro, nomine del governo e di questioni con le dogane. Vadalà, secondo indagini italiane, si era vantato di avere comprato i servizi di polizia, servizi segreti e dogane.

Gran parte del traffico telefonico intercettato risale al 2014, quando Trošková lavorava come assistente del deputato socialdemocratico (Smer-SD) Viliam Jasaň, che non fu rieletto nel 2016 ma divenne capo del consiglio di sicurezza, a stretto contatto con i più grandi segreti del paese. Ma ci sono messaggi anche dal 2016 e 2017, quando la ragazza, ex modella poco vestita, lavorava già all’ufficio del governo, molto vicina all’ex premier. Secondo il portale di notizie i due avrebbero anche discusso di una vacanza a Milan nell’estate del 2017. Jasaň disse, rispondendo a una domanda, che quando stava cercando un’assistente parlamentare gli era stata suggerita la ragazza «da un amico».

Quando Trošková era assistente di Jasaň, l’italiano le dava dei compiti per “Vilo” (forma amichevole per Viliam). Nella loro conversazione entra anche Štefan Duč, uomo d’affari controverso soprannominato il re del Tokaj, condannato l’anno scorso a dieci anni per per frode di fondi europei. Trošková nel 2014 diceva a Vadalà che si era stancata di essere il suo “cavallo bianco”, formula usata in Slovacchia per definire un prestanome, lamentando che il SIS, il servizio di intelligence slovacco, l’aveva sott’occhio perché sospettata di essere un prestanome di Vadalà, una cosa che le impediva di trovare una occupazione migliore. E si arrabbiava quando il socio le mandava soldi attraverso una carta legata a un conto intestato a lei.

Vadalà nei messaggi scrive di essere uno “smerák”, un sostenitore del partito socialdemocratico Smer: molti di loro «sono miei amici», diceva nel 2017. E le ricordava che era grazie al fatto che lui l’aveva ‘affidata’ a Vilo (Jasaň) se era arrivata così in alto.

Sulle famiglie calabresi nella Slovacchia orientale, e su Antonino Vadalà in particolare, aveva indagato e scritto anche nel suo ultimo articolo, uscito solo incompleto dopo la sua morte (che Buongiorno Slovacchia per primo ha pubblicato in italiano lo stesso giorno dell’originale), il giornalista Ján Kuciak, che citava i forti sospetti di frodi nei sussidi agricoli e nel settore energetico. Sulla scrivania di Kuciak, tra le altre cose personali e strumenti di lavoro, è stato trovato il libro ‘”Ndrangheta” di Francesco Forgione, che riporta la relazione della commissione parlamentare antimafia e che il giovane giornalista investigativo stava studiando proprio nelle ultime settimane prima di essere ammazzato. Vadalà e altri sei italiani furono arrestati come sospetti per il suo omicidio, ma poi rilasciati per mancanza di evidenze. Antonino Vadalà fu poi di nuovo arrestato alcuni giorni dopo su richiesta del tribunale di Venezia che aveva emesso un mandato di arresto europeo nel timore che potessero venire danneggiate le sue indagini in corso da anni. In seguito fu estradato in Italia e condannato nell’ottobre dell’anno successivo.

(La Redazione)

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