Coronavirus, tutte le domande ancora senza risposta

Dopo la guarigione si è immuni? Quando sarà disponibile un vaccino? Il virus tornerà in autunno? Ovvero, tutto quello che ancora non sappiamo su Covid-19

Una delle lezioni che porteremo a casa dopo la pandemia (si spera) è che la scienza non è un monolito. Al contrario, è il risultato di un processo continuo di quesiti, confronti, prove ed errori. Di approssimazioni continue, la successiva infinitesimamente migliore della precedente. E dunque spesso, per la sua stessa natura – ossia: non per colpa di errori, dolo o malafede – ha da offrire solo risposte parziali, incomplete, che poi magari saranno smentite o emendate. Ancora più spesso, per ogni risposta trovata emergono nuove e più complesse domande. E così in avanti. Insomma, Covid-19 ci ha messo prepotentemente davanti alla questione dell’incertezza“È nella natura iconica, quasi socratica, del metodo scientifico”, ricordava non molto tempo fa Cesare Alemanni sulle pagine del Tascabile“il fatto che per sapere si deve prima ‘sapere di non sapere’. E proprio in virtù di questo abbiamo provato a mettere ordine nel disordine, riassumendo quello che ancora sappiamo di non sapere sull’epidemia in corso.

Da dove viene il virus?

Non lo sappiamo con certezza (sic). Quello che al momento possiamo dire, stando alle evidenze finora raccolte dalla comunità scientifica, è che Sars-Cov-2 ha un’origine naturale, ossia non è stato creato in nessun laboratorio. L’ipotesi di un virus artificiale aveva cominciato a diffondersi più o meno un mese fa, quando in rete aveva iniziato a circolare un servizio di Tgr Leonardo, risalente al 2015, in cui si parlava di una ricerca portata avanti in Cina per creare un virus chimerico in laboratorio che avrebbe avuto le potenzialità di infettare l’essere umano. Tuttavia, uno studio pubblicato su Nature Medicine il 17 marzo scorso ha comparato i dati genomici disponibili su Sars-Cov-2 con le sequenze note di altri coronavirus, concludendo che l’analisi “mostra chiaramente che Sars-Cov-2 non è un costrutto di laboratorio o un virus manipolato volutamente: rappresenta l’emergenza di un nuovo virus che si è adattato all’essere umano per vie naturali”.

Bene, ma c’è comunque ancora molto che non sappiamo. Quali sono queste vie naturali? Qual è la sorgente dello spillover del virus? Qui siamo nel campo delle ipotesi. Una possibilità è che il patogeno abbia fatto il salto di specie, passando da un animale ospite (probabilmente il pipistrello o il pangolino) all’essere umano nel mercato della carne di Wuhan in tempi non troppo remoti. Possibilità suffragata dal fatto che sono state riscontrate diverse analogie tra la sequenza dell’rna di Sars-Cov-2 e quella dello stesso coronavirus dei pipistrelli e dei pangolini; l’unica differenza è che l’ormai famosa proteina spike del nostro coronavirus ha maggiore capacità di penetrare nell’organismo umano, infettandolo.

Un’altra ipotesi prevede invece che un antenato di Sars-Cov-2 si sia introdotto molto tempo fa nel genoma umano (sempre in seguito a un salto di specie), adattandoglisi nel corso del tempo fino a diventare così forte da avere la capacità di scatenare una pandemia.

L’infezione (e la guarigione) conferiscono immunità?

Non lo sappiamo con certezza. Però abbiamo qualche indizio. È finalmente certo che chi si ammala sviluppa anticorpi specifici contro il virus: un processo normale nel caso di quasi tutte le malattie infettive note, ma che non si poteva dare per scontato nel caso di un nemico così sfuggente. E che comunque non necessariamente garantisce che non ci si può reinfettare. Dobbiamo questa certezza ai risultati di uno studio sierologico condotto su 285 pazienti cinesi, che hanno mostrato per la prima volta che i malati sviluppano immunoglobuline specifiche contro Sars-Cov-2 nel corso della malattia. Il che ci dà due informazioni. Per prima cosa ha senso, almeno dal punto di vista epidemiologico, condurre dei test sierologici sulla popolazione. In secondo luogo, è possibile che i guariti sviluppino l’immunità al virus, il che tra l’altro suffraga la possibilità di realizzare un vaccino efficace.

Quello che però non sappiamo è quanto duri questa immunità. Nel caso di virus simili a Sars-Cov-2, come Sars e Mers, i sopravvissuti ottengono un’immunità verso nuove infezioni che dura almeno 12-24 mesi; lo stesso accade nei modelli animali di Covid, ma anche questo non basta a confermare che i pazienti guariti siano realmente immuni alla malattia. Ed è proprio per questo che l’Organizzazione mondiale della sanità ha ufficialmente sconfessato l’adozione di patentini, passaporti o altre certificazioni di immunità verso Covid-19, al momento privi di base scientifica.

Il virus tornerà a colpire con la fase 2? E in autunno?

Non lo sappiamo con certezza. Secondo l’ultimo report dell’Imperial College di Londra, l’allentamento del lockdown potrebbe effettivamente portare a un nuovo aumento dei contagi e dei decessi. In particolare, gli autori del lavoro hanno ipotizzato tre scenari: il primo, in cui la mobilità dei cittadini resti uguale a quella del lockdown; il secondo e il terzo, in cui la mobilità si attesti rispettivamente al 20% e al 40% di quella attuale. Secondo le previsioni, gli ultimi due scenari comporterebbero, in sole sei settimane, rispettivamente 4mila e 23mila nuovi decessi. Ancora più complicato il rapporto della Fondazione Bruno Kessler e dell’Istituto superiore di sanità, che ha simulato addirittura 92 scenari, ordinati per allentamento progressivo del lockdown.

L’ultimo, il più drammatico, prevede addirittura 150malati in condizioni critiche dopo pochi mesi. Va rimarcato, però, che si tratta di ipotesi che non tengono conto dei comportamenti, della paura e della responsabilità individuali, né dell’adozione di misure di protezione come guanti e mascherine: è possibile che, a lockdown allentato, tutti riprendano la vita di prima come niente fosse? O è più realistico pensare che i cittadini, anche solo per timore di essere contagiati, mantengano comunque la guardia alta, almeno nei primi tempi? Al momento non possiamo saperlo, e dunque ogni previsione lascia il tempo che trova. Stesso discorso per un eventuale ritorno (se mai ci sarà una partenza) del virus in autunno: diversi studi hanno ipotizzato una possibile correlazione tra aumento delle temperature e attenuazione del patogeno, ma i dati finora raccolti sono ancora troppo deboli per poter trarre conclusioni definitive. Dunque, ancora una volta, la risposta è che non c’è una risposta.

Ci sarà un vaccino? E quando?

Alcuni tra i candidati vaccini contro Covid-19 sembrano essere molto promettenti. È dell’ultima ora, per esempio, la notizia che il preparato made in Italy sviluppato dall’azienda biotech Takis si sarebbe dimostrato in grado di portare un gruppo di topi a sviluppare anticorpi efficaci nel bloccare le infezioni di virus nelle cellule umane (notizia poi ridimensionata dall’Istituto nazionale malattie infettive Lazzaro Spallanzani, dove sono stati eseguiti i test: gli esperti dell’istituto dicono che “non è ancora possibile giungere a conclusioni di qualunque natura sull’efficacia del potenziale candidato vaccinale”). I test clinici sugli esseri umani del vaccino di Takis, comunque, non cominceranno prima di questa estate.

Un’altra ventata di ottimismo viene dalla Oxford University, dove un gruppo di ricerca ha sviluppato un vaccino sperimentale che sembra aver funzionato bene sulle scimmie (parliamo di sei esemplari di macaco rhesus, che dopo 28 giorni dall’infezione sono tornati in salute senza alcuna traccia della presenza del virus). Gli scienziati sostengono che, se tutto dovesse andare per il verso giusto (cosa niente affatto scontata), il vaccino potrebbe essere pronto in autunno, e disponibile inizialmente per qualche milione di dosi. Tuttavia, come si è visto, i se e i condizionali ancora abbondano: e per questo l’unica risposta possibile e onesta alla domanda “quando avremo un vaccino?” è “non lo sappiamo”.

Qual è il modello migliore di contenimento dell’epidemia?

Il prolungato e rigidissimo lockdown italiano ha dato i risultati sperati: finalmente il picco dei contagi è alle spalle, il numero di decessi continua a diminuire, le terapie intensive, le rianimazioni e i pronto soccorso cominciano a respirare. Tuttavia, altri paesi hanno agito diversamente: la Svezia, per esempio, dove (anche per ragioni costituzionali) le scuole, i negozi e le attività produttive sono rimasti aperti, e il governo si è limitato a sospendere tutti gli eventi pubblici e a incoraggiare la cittadinanza a rimanere a casa.

O il Portogallo, un paese che, nonostante abbia una popolazione piuttosto anziana e un sistema sanitario sottofinanziato (la percentuale di ultraottantenni è inferiore solo a quella di Italia e Grecia, e il paese dispone di appena 4,2 unità di terapia intensiva per 100mila persone. La Spagna, per confronto, ne ha 9, la Germania 30), al momento sembra regger bene la botta della pandemia anche con un lockdown molto meno stringente delle altre nazioni europee.

La verità è che è ancora troppo presto per capire quali siano state le misure più efficaci e appropriate per il contenimento: potremmo saperlo solo fra molti mesi, quando (auspicabilmente) avremo tempo per guardarci indietro e analizzare in dettaglio tutti i dati. Il che, si spera, ci renderà più preparati nel caso di nuove emergenze sanitarie.

(Sandro Iannaccone, Wired cc by nc nd)

Illustr. MiroslavaChrienova CC0

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