
za chi soi ‘i ti mandi no doma la puisia ch’i vin dit, ma encia dos ch’a podin fati ben.
Parsè-che la puisìa a è oru pa’l mal di cjaf.
O ti lu giava o ti lu fa vignì.
Stami ben
Checo
(Traduzione dal friulano: Già che ci sono ti mando non solo la poesia che abbiamo detto, ma anche due che ti possono farti del bene. Perché la poesia è oro per il mal di testa: o te lo leva o te lo fa venire. Stammi bene Francesco)
Chi scrive al nostro editore è il suo conterraneo Francesco Indrigo, storico e poeta. Francesco Indrigo nato 28.03.1956 a San Michele al Tagliamento (per capirci: il capoluogo del Comune di cui Bibione è frazione), in provincia di Venezia, ma da sempre terra culturalmente più friulana che veneta (possiamo definirlo nato in terra storicamente friulana). Da molti anni vive in San Vito al Tagliamento (PN). Ha fatto diverse pubblicazioni fra cui ricordiamo il suo libro “Matetâs” (Nuova Dimensione editrice).
Ha pubblicato in riviste, antologie, albi e fogli sparsi.
Francesco Indrigo (Checo, per gli amici) ha vinto diversi premi di poesia nazionali ed internazionali. E’ stato operatore culturale ed è tutt’ora impegnato nella promozione delle più svariate forme artistiche. Cofondatore e coordinatore del gruppo di poesia/laboratorio “Mistral”. Fa parte del gruppo “Majakovskij.
Le sue poesie che pubblicheremo una oggi e una nei prossimi giorni, su questa rubrica, sono scritte in friulano. Per il nostro pubblico le pubblicheremo sia tradotte in italiano che nella versione friulana originale, pensando di far cosa gradita anche ai nostri lettori del “FOGOLAR FURLAN” di Bratislava:
IL FUTURO PIU’ LUNGO (L’avignì pì lunc)
E adesso che ci hanno apparecchiato
la tavola con gli avanzi
dei discorsi, con le briciole
delle parole cosa ci resta da dire?
Raccontarci forse la memoria del sogno,
casomai fare la conta delle cicatrici,
come quelli che attaccano gli adesivi
dei paesi viaggianti sulla valigia, con l’intenzione
di portarseli a casa. La sagra è finita,
hanno smontato le giostre, sbaraccato
i tendoni e spento il rosso delle canzoni,
e a noi è rimasto solo un biglietto consunto,
piegato in due nella tasca dei pantaloni,
qui, sul marciapiede di un nord
di una stazione taciturna, a battere i sandali
sulle piastrelle scheggiate e con una luce
mai contemplata prima, appiccicata sugli occhi.
Francesco Indrigo
Testo originale:
L’avignì pì lunc
E adès ch’a ni àn pareciat
la taula cu li’ vanzadisis
dai discors, cu li’ friguis
da li’ peraulis se ni restia di dî?
Contassi forsi la memoria dal sun,
casumai fa la conta dai sfris,
coma chei ch’a intachin i tacumacus
dai paîs in viàs ta la valìs, cun chê
di portassiu a cjasa. La sagra a è finida,
àn smontat li’ giostris, sbaracat
i tendons e distudat il ros da li’ canzons,
e nun ‘i vin vanzat doma il biliet frovat,
pleat in doi ta la sacheta da li’ barghesis,
uchì, tal marciapiè di un nord
di ‘na stassiòn sidìna, a sbati i sandui
ta li’ piastrelis sbecadis e cu ‘na lȗs
mai vidùda prin, impetàda tai vui.
Francesco Indrigo
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(Red)

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