Istituto Spallanzani: un’eccellenza italiana nella ricerca di un vaccino contro il Covid-19

L’Istituto Nazionale per le Malattie Infettive “Lazzaro Spallanzani” di Roma (INMI), tra i primi al mondo ad isolare il nuovo coronavirus, ha avviato un progetto di ricerca e sperimentazione per trovare un vaccino contro il Covid-19. Lo ha reso noto il dottor Francesco Vaia, direttore sanitario della struttura, il quale ha precisato che sono già iniziati i test sui topi. Si tratta di prove preliminari e parziali effettuate in topi ai quali sono state inoculate formulazioni iniziali di potenziali vaccini, allo scopo di verificare la risposta in termini di anticorpi neutralizzanti.

Procedendo con questi ritmi, sarà possibile effettuare – probabilmente tra giugno e luglio – le prime sperimentazioni del vaccino su volontari sani. A questo proposito, l’Istituto Spallanzani sta procedendo all’allestimento di un’area dell’ospedale appositamente dedicata alla somministrazione del vaccino a volontari, nel rispetto di tutte le norme di sicurezza.

Per quanto riguarda la messa a punto del vaccino, lo Spallanzani ha precisato in una pubblicazione dello scorso 15 aprile che, generalmente, le tempistiche sono difficili da prevedere. «Sulla base delle informazioni al momento disponibili e dell’esperienza precedente sui tempi di sviluppo dei vaccini, l’EMA (European Medicine Agency) stima che potrebbe essere necessario almeno un anno prima che un vaccino contro COVID-19 sia pronto per essere approvato e sia disponibile in quantità sufficienti per consentirne un utilizzo diffuso».

Il dottor Vaia ha dichiarato che, se i primi test daranno un esito positivo, il vaccino contro il COVID-19 potrà essere somministrato su un alto numero di persone a rischio nel 2021.

L’Istituto Spallanzani collabora con due aziende italiane di biotecnologie, Takis (specializzata in vaccini anti-cancro) e ReiThera, che stanno lavorando alla realizzazione di un vaccino genetico basato su un vettore virale. Si tratta di vaccini che, a differenza di quelli tradizionali, non utilizzano un microorganismo inattivo o parte di esso, bensì il materiale genetico della proteina spike che permette al virus di penetrare nelle cellule. Questo gene, dopo essere entrato nelle cellule dell’organismo, induce la produzione della proteina che, a sua volta, stimola la risposta immunitaria contro il coronavirus.

Un “incauto” annuncio

Nei giorni scorsi, l’amministratore delegato della Takis di Pomezia, Luigi Aurisicchio, ha annunciato che l’Istituto Spallanzani, dopo aver isolato il virus, avrebbe approntato un potenziale vaccino in grado di neutralizzare il coronavirus nelle cellule umane.
Affermazioni subito ridimensionate dall’Istituto, che in una nota ha precisato di non aver ancora redatto alcun rapporto ufficiale sui risultati dei test effettuati, riservandosi di compiere una serie di valutazioni preliminari sulla continuazione degli studi e la formalizzazione di accordi specifici.

L’importanza della pluralità di approccio negli studi sul vaccino

A livello internazionale, i laboratori delle aziende stanno utilizzando approcci diversi per studiare un vaccino contro il COVID-19. Dato che siamo di fronte ad un virus sconosciuto, esistono varie tecnologie che possono produrre una risposta immunitaria qualitativamente diversa. Per questo, occorre verificare quale di esse permetterà di mettere a punto un vaccino realmente efficace. Attualmente, alcuni ricercatori australiani stanno studiando un vaccino basato sulla proteina spike che, se funziona a livello di risposta immunitaria, non risulta in grado di agire efficacemente sulla memoria immunitaria.

Gli studi condotti ad Oxford sono basati invece sull’utilizzo di un vettore virale, che tuttavia viene riconosciuto e bloccato dall’organismo dopo le prime somministrazioni. Ciò significa che se il Covid-19 sarà solo il primo di una serie di virus, questa tipologia di vaccino potrebbe non essere ugualmente efficace contro i nuovi tipi di coronavirus.

Non solo il vaccino

In attesa di un vaccino efficace, gli scienziati non trascurano l’importanza di fare ricerca “traslazionale”, mirata cioè a velocizzare la scoperta di nuove terapie grazie ad un approccio multidisciplinare. L’Istituto Spallanzani, in collaborazione con l’ente no-profit Toscana Life Sciences di Siena, ha avviato un progetto di ricerca per sviluppare una cura efficace contro il coronavirus, basata sulla clonazione degli anticorpi prodotti da pazienti convalescenti.
Questo metodo, già utilizzato per contrastare i tumori e l’antibioticoresistenza, viene considerato dai ricercatori come una via relativamente rapida nella lotta contro il coronavirus. Gli anticorpi monoclonali umani, utilizzati recentemente anche nel caso dell’infezione da Ebola, hanno rappresentato la prima e unica soluzione nel trattamento terapeutico e nell’attivita di prevenzione.

L’istituto Spallanzani è stato autorizzato dall’Agenzia Italiana del Farmaco (AIFA) ad avviare uno studio clinico di fase 3 sull’efficacia clinica e la sicurezza del farmaco Sarilumab – generalmente utilizzato nel trattamento dell’artrite reumatoide – in caso di pazienti con polmonite severa da COVID-19.

(Paola Ferraris)

Foto: Spallanzani INMI (Fb)
Leonardo Cecchi (Fb)
Illustrazione: Buongiorno Slovacchia

 

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