La stampa libera minacciata dalla pandemia in tutto il mondo

Il 3 maggio era la Giornata mondiale della libertà di stampa. Una giornata che dovrebbe, dice l’ONU, ammonire i governi sulla necessità di rispettare l’impegno alla stampa libera e un momento di riflessione per i professionisti dell’informazione su questioni relative alla libertà nel loro lavoro e all’etica professionale e un giorno per la memoria di quei giornalisti che hanno perso la vita nel perseguimento della verità.

Tre giornalisti su quattro hanno affrontato restrizioni ufficiali, ostruzioni o intimidazioni durante la copertura della Covid-19. Questo è il dato più importante che emerge da un sondaggio condotto dall’Ifj (International Federation of Journalists) su oltre 1300 giornalisti in prima linea in 77 paesi in occasione della giornata internazionale per la libertà di stampa. Un’analisi che ha visto concordare gli intervistati in “un peggioramento delle condizioni” dei loro media nei rispettivi paesi.

Eppure, ricevere tempestivamente le informazioni con dati precisi e puntuali significa compiere le giuste decisioni e avere un’opinione pubblica informata: il tutto allo scopo di contrastare la diffusione del virus, ridurre il contagio e vincere. Ma, se già all’inizio della pandemia, in Cina la censura ha avuto la meglio – non a caso vari post che criticavano le autorità sono spariti dai social network e alcuni citizen journalist sono stati direttamente censurati – anche nel resto del mondo, evidentemente, le cose non stanno andando meglio. Anzi.

Sergei Satsuk, in Bielorussia, rischia dieci anni di carcere per un editoriale che metteva in dubbio i dati ufficiali sui casi di contagio nel paese. Dina Zelenskaya, giornalista televisiva di Espresso Tv in Ucraina, ha subito un’aggressione mentre faceva un servizio sui ristoratori e le regole da rispettare durante il lockdown. In Venezuela, i giornalisti Darvinson Rojas di Tw e Beatríz Rodríguez di Verdad de Vargas sono stati arrestati per avere documentato casi positivi a Caracas. In totale, il 24 per cento degli intervistati dall’Ifj dichiara di avere difficoltà a reperire fonti indipendenti, il 3 per cento di essere stato aggredito e il 2 per cento denunciato.

I dati fanno preoccupare perché mostrano una tendenza globale. E, anche se in Europa la situazione appare più sotto controllo, non bisogna abbassare la guardia, considerati anche gli episodi avvenuti in Spagna e Belgio. Volendo categorizzarli, i tipi di attacchi alla libertà di stampa durante la pandemia possono essere suddivisi in cinque aree: un uso improprio della legislazione di emergenza, una repressione delle segnalazioni “non patriottiche”, restrizioni sui viaggi e sugli accrediti stampa, l’abuso delle leggi sulla disinformazione e un attacco ai whistleblowers, scrive Meera Selva sul sito del Reuters Institute for the Study of Journalism. Eppure, come sostiene Pierre Haski su France Inter “un’informazione libera e affidabile è indispensabile per superare questa prova”.

Un paradosso – ma soprattutto una necessità – di cui si erano subito accorte nove associazioni (Ifj compresa) che, difendendo da sempre questo diritto, hanno scritto, lo scorso 25 marzo, una lettera a difesa della libertà di stampa indirizzata alle istituzioni europee con l’obiettivo di contrastare i ricorrenti attacchi in Europa. “Scriviamo perché siamo profondamente preoccupati dalle azioni dei governi, che si approfittano della pandemia da Covid-19 per punire i media indipendenti e introdurre restrizioni al margine di manovra degli stessi”, precisavano. Con il timore che esempi di restrizioni da paesi più autoritari arrivino a infettare anche le democrazie liberali.

Una minaccia globale

Da quel momento in poi, però, la situazione non è di certo migliorata, come dimostra lo stesso report. Basti pensare, infatti, che se inizialmente i governi avevano usato il rifiuto degli accrediti stampa per espellere i giornalisti stranieri – in Egitto, ad esempio, la corrispondente dal Cairo del quotidiano britannico The Guardian, Ruth Michaelson, è stata costretta a lasciare il paese dopo aver citato uno studio scientifico secondo cui il numero di casi di coronavirus nel paese era fortemente sottostimato rispetto a quanto riportato – in altri casi si è poi passati a usare le leggi contro la diffusione della disinformazione per attaccare i giornalisti.

Come è avvenuto in Ungheria, dove il primo ministro Viktor Orbán ha criminalizzato qualsiasi informazione “allarmista” sull’epidemia. Lo denuncia, fra gli altri, Reporter Sans Frontières (Rsf) – ong nota per stilare l’annuale classifica della libertà di stampa nel mondo, dove quest’anno l’Italia è, fra l’altro, salita di due posizioni – che ha creato un vero e proprio osservatorio che collega il covid-19 a una minaccia verso questo diritto, chiamato Tracker 19. La legge ungherese sul coronavirus, scrivono dalla ong, “fra le altre cose consente all’Ungheria di punire con cinque anni di carcere chi pubblica fake news. Ma è il governo, prima di tutti, a decidere cosa è vero e cosa è falso”.

Le leggi contro la diffusione della disinformazione vengono così utilizzate per attaccare i giornalisti che si allontanano dalla linea ufficiale attraverso i canali, le testate o i social media personali. Sulla stessa scia, anche il parlamento russo ha approvato un pacchetto di leggi che includono una pena detentiva fino a cinque anni per la diffusione di “notizie false” sulla pandemia. Ma purtroppo non accade solo in Russia o in Ungheria. Il presidente indiano Narendra Modi ha chiesto a 20 proprietari ed editori dei media principali del paese di dare un tono positivo alla loro copertura, mettendo in evidenza le azioni del governo e minimizzando le critiche.

Anche in Medio Oriente la situazione è critica: in Iraq il governo ha deciso di sospendere dal servizio l’agenzia di stampa Reuters per aver pubblicato una notizia che riportava le voci di tre medici che dichiaravano di aver ricevuto ordini di non parlare ai media del Covid-19. “Almeno 18 giornalisti e citizen-journalist sono stati arrestati in Iran da metà febbraio, quando i primi casi di coronavirus sono stati annunciati” dichiara invece Reza Moini, a capo di RSF Iran. Nello Yemen, Mohammed al-Sharai, vicedirettore dell’agenzia di stampa Saba, è stato sospeso dopo aver twittato i dettagli di quello che diceva fossero i primi casi di Covid-19 nel paese per “diffusione di disinformazione sui social media“.

Un futuro incerto

Definire i contorni di questo fenomeno è tanto difficile quanto necessario se si pensa che in un solo mese, Index insieme a Justice for Journalists Foundation (Jfj) ha raccolto oltre 100 casi di minaccia alla libertà di stampa, raggruppandoli per tipologie in una mappa interattiva virtuale. Finora si contano oltre 30 arresti nei confronti di giornalisti che hanno semplicemente cercato di informare l’opinione pubblica sugli sviluppi della pandemia. Insomma, come scrive Rsf, “il Covid-19 che ha reso sempre più evidente e amplificato le situazioni di crisi che minacciano la libertà di stampa”.

Per questo si parla di un decennio decisivo per la stampa, soprattutto se si considera che, in altri paesi, la libertà di informazione è messa alla prova anche perché vi è il divieto di pubblicazione dei giornali per l’emergenza sanitaria. È il caso della Giordania, dove il governo ha emanato una legislazione progettata per guerre, disastri o epidemie che conferisce al primo ministro il controllo di messaggi, giornali, pubblicazioni, disegni e tutti i mezzi di espressione, propaganda e pubblicità prima che vengano pubblicati per sequestrarli, confiscarli, disabilitarli e chiudere i luoghi della loro preparazione. Una situazione che potrebbe creare un precedente pericoloso e un futuro del panorama mediatico molto compromesso.

Anche la One Free Press Coalition, di cui fanno parte 40 media corporation, ha confermato una tendenza rischiosa, che si accentuerà nei prossimi mesi. L’associazione, infatti, ogni mese pubblica una lista di 10 giornalisti in pericolo. Fra questi il numero di quelli che rischiano per aver dato notizie in merito al coronavirus è aumentato da marzo ad aprile. Una situazione particolarmente critica per alcuni paesi come Azerbaijan, Filippine, Honduras e Singapore, specificano in un approfondimento due giornalisti di Foreign Policy.

Ma il giro di vite alla libertà di stampa, in un prossimo futuro, ci sarà anche per un altro fattore che della pandemia ne è la diretta conseguenza: l’accentuarsi della crisi del settore già profondamente instabile e in piena trasformazione. Ritornando al report di Ifj, questo ci offre una fotografia chiara: il 74 per cento degli intervistati ha dichiarato che il proprio lavoro ha subito restrizioni a causa della crisi sanitaria, di cui il 64 per cento anche a livello economico, mentre “quasi tutti i freelance hanno un reddito ridotto e/o hanno perso opportunità lavorative”. Davanti a questa grande sfida, recita un articolo della Columbian Journalistic Review, dobbiamo rimanere “vigili” proprio perché come sarà scritto il futuro dipende dal presente. E la censura non può far parte del new normal.

(Alessio Foderi, Wired cc by nc nd)

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