Tutti contro il lockdown di Matovič, dalla politica alle imprese

Continua, anche con toni duri, il dibattito sul lockdown che il primo ministro Igor Matovič (OĽaNO) vorrebbe imporre al paese con l’idea di far ripartire l’economia a pieno ritmo in tempi più brevi. Idea che all’interno della maggioranza non è condivisa dai liberali di SaS né dal partito Za ľudí, due dei quattro soggetti che compongono l’attuale coalizione di governo.

Le reazioni politiche

Richard Sulík, presidente di SaS e vice primo ministro per l’Economia, ha respinto il progetto definendolo un esperimento per rovinare l’economia. Veronika Remisova, vice primo ministro per gli Investimenti e l’Informazzazione, ha detto che il suo partito (Za ľudí) ritiene che «la chiusura dell’intero paese non farebbe altro che peggiorare la situazione economica e il morale della popolazione già sfavorevoli, e non offrirebbe alcuna garanzia che il coronavirus non riemergerà una volta conclusa la serrata totale». Altri paesi hanno gestito con successo l’epidemia con misure significativamente più rilassate rispetto a quelle messe in atto in Slovacchia, ha detto, e adesso si deve «aumentare drasticamente il numero di persone da sottoporre ai test», ricostruire i contatti personali di chi è infetto e «creare le condizioni per consentire ai malati con sintomi lievi di rimanere in isolamento fuori dalle loro case in modo da non infettare le loro intere famiglie». Mentre il partito Sme Rodina di Boris Kollár potrebbe appoggiare la proposta, anche se attenderebbe di conoscere maggiori dettagli prima di dire la sua.

Dopo l’intervento all’apertura della seduta parlamentare di ieri, un evento insolito, la richiesta di Matovič all’opposizione di non ostacolare l’azione del governo in questo momento hanno portato l’ex premier e ora vicepresidente del Parlamento Peter Pellegrini (Smer-SD) a reagire con stizza e a dire «Chiedo al primo ministro di non politicizzare le questioni in Parlamento e di comportarsi in modo responsabile», proprio le parole che aveva usato l’attuale premier per chiedere collaborazione ai parlamentari di Smer. Pellegrini ha voluto ricordare al suo successore che stare in Parlamento a sbraitare dai banchi dell’opposizione è molto comodo, mentre sedere sulla poltrona del capo del governo è tutt’altra cosa. «So che oggi lei è estremamente nervoso perché deve lavorare, ma ha vinto le elezioni, quindi per favore […] faccia quello che dovrebbe fare», ha detto, sottolineando che i deputati stanno partecipando alle discussioni in modo responsabile. Fatta eccezione per un emendamento che è stato contestato, le leggi del governo passano tutte all’unanimità, ha detto. Ma i membri del Parlamento si aspettano proposte legislative di qualità che possano aiutare il paese. Allora «discuteremo in modo equo». Pellegrini ha poi esortato i partner della coalizione a fermare l’idea del premier di mettere “blackout” la Slovacchia, che avrebbe un impatto drastico sull’economia, già gravemente sotto stress a causa delle conseguenze della pandemia in tutto il mondo. I partner della coalizione di maggioranza usino «il buon senso e fermino questo esperimento di ingegneria sociale», garantendo allo stesso tempo l’adozione delle misure finora decise per fermare la diffusione dell’epidemia. “Spegnere” il paese «potrebbe avere conseguenze imprevedibili», come ad esempio il panico tra i cittadini e «una completa perdita di fiducia nello Stato». Nessun esperto ha finora confermato gli effetti positivi sulla situazione sanitaria di una misura così drastica, ha detto.

Nel dibattito sono entrati con loro commenti anche membri illustri di governi passati, in particolare l’ex ministro delle Finanze Ivan Mikloš e l’ex primo ministro Dzurinda. Mikloš ha detto che il lockdown non sembrerebbe essere una soluzione adatta, «soprattutto perché i potenziali benefici non sono affatto sicuri, ma il costo è sicuramente enorme». Il completo “arresto” dell’economia sarebbe un colpo di grazia per la Slovacchia, secondo l’ex ministro, dato che si tratta di una economia estremamente aperta e dipendente dalle esportazioni. Egli ammette che oggi «nessuno sa con assoluta certezza cosa funziona e cosa no», ma la soluzione più sensata per lui sarebbe preparsi il più rapidamente possibile a una crescita esponenziale del numero di infetti, in particolare quelli con sintomi gravi da ricoverare in terapia intensiva. Secondo Mikuláš Dzurinda l’idea di una serrata totale del paese è inappropriata e non conveniente, anzi dannosa. Se sarà necessario un blackout, dovrà essere strettamente a livello locale, insomma delle zone rosse localizzate dove ci sono focolai particolarmente attivi, ma non da farsi su tutto il territorio nazionale. E le decisioni andrebbero prese di concerto con esperti della materia, non affidate agli umori del momento di chi sta al governo.

Le categorie economiche

Parimenti, a livello di categorie economiche è arrivata una bocciatura totale delle idee di Matovič. Secondo la Confindustria slovacca (AZZZ) la proposta di blocco per “alcune settimane” provocherebbe un crollo completo del contesto economico. Avrebbe senso solo se lo facessero tutti i paesi del continente europeo, dicono, altrimenti, non è un piano fattibile alla luce della libera circolazione delle persone e della globalizzazione. Del resto, anche il lockdown non garantisce al 100% che il virus non ritorni. AZZZ chiede al governo di formare una unità di crisi economica in cui discutere le diverse proposte che possono coinvolgere il mondo economico nazionale.

Anche il Klub 500, associazione di imprese con oltre cinquecento lavoratori, invita il premier ad astenersi dal presentare proposte che non hanno alla base alcuna analisi di tipo economico. «Le dichiarazioni di cui siamo testimoni nelle trasmissioni in diretta [del primo ministro] sono dannose per il paese ed erodono la fiducia degli investitori nella capacità del paese di rimborsare i suoi prestiti una volta terminata la crisi», ha detto il capo di Klub 500 Vladimír Soták. Questo tipo di esternazioni estemporanee «potrebbero portare al fallimento della Slovacchia». Il Klub 500 ricorda di avere chiesto al primo ministro un incontro insieme ad altri datori di lavoro. Ma finora il premier sembra essere stato “troppo impegnato”.

James Bruno, presidente della U.S. Steel Košice, uno dei più importanti datori di lavoro in Slovacchia, ha dichiarato oggi che l’idea di un blackout devasterebbe l’industria slovacca, molte imprese e posti di lavoro verrebbero persi. Come l’intera società, «anche le aziende stanno lavorando in una situazione di emergenza, e questo non è il momento giusto per mosse rischiose», dice Bruno, invitando a comunicare le questioni in maniera “cristallina” e usando il buon senso. Noi, ha concluso, «siamo pronti a fare la nostra parte in una discussione competente attraverso l’Unione repubblicana dei datori di lavoro (RUZ) e altre associazioni di datori di lavoro perché la situazione è troppo grave per affrontarla solo attraverso i media».

La scienza

Del resto, nemmeno gli infettivologi credono che la misura pensata dal primo ministro Matovič possa essere davvero efficace. Almeno di questo è convinto Pavol Jarčuška, presidente della Società slovacca di infettologia e dipendente della Clinica di infettivologia e medicina di viaggio dell’Università P.J. Šafárik e dell’ospedale universitario L. Pasteur a Košice. «Lo ha fatto la Cina, e sono riusciti a sconfiggere l’infezione», ma in Slovacchia potrebbe non aiutare a fermare la diffusione del virus, ha detto. «Se tutta l’Europa lo facesse, sarebbe perfettamente ottimale, ma non sono ottimista al riguardo. Perché anche se in Slovacchia abbiamo riducessimo al minimo il rischio del virus durante il blackout, se non lo fanno anche i paesi vicini le persone che si spostano porteranno di nuovo l’infezione quando i confini saranno riaperti». Secondo l’epidemiologa Zuzana Krištúfková dell’Università slovacca di medicina a Bratislava sarà difficile introdurre un blackout nel paese. «Una decisione di questo genere dovrebbe essere presa dopo un’attenta analisi e discussione degli esperti. I prossimi 14 giorni ci mostreranno l’efficacia delle misure adottate finora. Dobbiamo renderci conto che coloro che muoiono di coronavirus oggi sono stati infettati circa un mese fa». Questo significa, dice, che «se fossero prese misure più severe dovrebbero essere mantenute almeno per un mese», cioè quanto due periodo di incubazione.

(La Redazione)

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