Orban, Visegrad e il volto autoritario del coronavirus

In un’Europa in pieno stato d’emergenza a causa della pandemia da coronavirus, i poteri governativi si sono ampliati ovunque. La situazione richiede decisioni rapide, immediate. Del resto è in corso una sfida contro il tempo per salvare vite umane e contenere il più possibile il collasso economico, che è inevitabile.

Anche l’Ungheria di Viktor Orbán si è mossa su questo solco, ma il perimetro d’azione che il primo ministro ha tracciato per sé è praticamente illimitato. Da mezzanotte è in vigore un pacchetto di misure che gli permette di governare per decreto senza il controllo del parlamento, che è stato sospeso. La sola guardiana dell’azione dell’esecutivo sarà la corte costituzionale, la cui imparzialità non è granitica. Gran parte dei suoi 15 giudici sono considerati in quota Fidesz, il partito egemonico di Orbán, al potere dal 2010.

Il timore emerso in queste ore è che i superpoteri che il primo ministro si è assegnato siano il colpo di grazia allo stato di diritto, il passaggio che sancisce la dittatura. Inquieta che sarà lui stesso a decidere quando riaprire il parlamento, e spaventa la norma – una scure sul giornalismo – che prevede la reclusione fino a cinque anni per chi diffonde informazioni false sulla pandemia.

La stretta di Orbán fa scaturire una legittima preoccupazione sul futuro di Budapest, persino sulla sua collocazione in Europa. Ma nella sostanza, nella logica dei pesi e dei contrappesi, non molto cambia. Orbán e Fidesz, dal 2010, hanno lentamente svuotato la democrazia. I contropoteri, occupati, sono divenuti pilastri del potere. Resiste qualche minoranza critica intellettuale, un minimo di libera stampa e la possibilità di fare opposizione in parlamento, benché sia un’opposizione fondamentalmente morale. Fidesz vanta una maggioranza dei due terzi: può tutto, o quasi. Orbán dunque non avrebbe bisogno di poteri senza limiti. Perché allora governare per decreto?

Di Matteo Tacconi per ISPI
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Immag. EPP/BS

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