Cosa è successo a Bergamo, la città italiana più colpita dal virus

L’ultimo medico di famiglia della provincia di Bergamo a perdere la vita a causa del coronavirus è stato Vincenzo Leone, 65 anni, morto il 22 marzo all’ospedale Humanitas Gavazzeni di Bergamo, dove era ricoverato dal 14 marzo. Di origine siciliana, Leone viveva a Zanica, un paesino della provincia, dal 1991, e si divideva tra due ambulatori della zona, uno a Urgnano e uno a Comun Nuovo. Aveva lavorato fino al giorno prima di essere ricoverato all’ospedale, dove è risultato positivo al test per il Covid-19. Aveva avvertito i sintomi la sera prima del ricovero.

È il terzo medico di base a morire di questa malattia nella provincia più colpita d’Italia, seconda solo alla città cinese di Wuhan per numero di morti e contagiati. “Si è sempre battuto per garantire a noi medici migliori qualità di lavoro e di vita”, ha detto all’Eco di Bergamo Marco Agazzi, un altro medico, presidente della sezione locale del Sindacato nazionale autonomo dei medici italiani (Snami), di cui Leone era vicepresidente.”Vincenzo era un grande lavoratore, oltre che un bravo medico. Noi medici ci troviamo a lavorare in una difficoltà estrema, chiusi negli ambulatori ormai vuoti a dover gestire i pazienti telefonicamente o recandoci al domicilio col rischio di essere contagiati. Ci hanno mandato a combattere questo virus da soli e con dispositivi di protezione inadeguati”, ha concluso Agazzi.

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“Su settecento medici di base della bergamasca almeno 130 si sono ammalati per il coronavirus, alcuni sono morti, altri sono in terapia intensiva. Ci mancano i dispositivi di protezione adeguati, gli ospedali sono al collasso, più che pieni, quindi tantissime persone restano a casa con polmoniti bilaterali e noi non siamo in grado di visitarle”, racconta Paola Pedrini, segretaria della Federazione italiana medici di medicina generale della Lombardia, che ha spedito una diffida indirizzata al ministero della salute, alla regione Lombardia, a tutte le Asl e le procure della repubblica, chiedendo “l’immediata erogazione a tutti i medici di medicina generale e medici di continuità assistenziale di kit completi e un numero adeguato di dispositivi di protezione, di sottoporre tutti i medici, infermieri e personale di studio (e i loro famigliari in caso di positività) ad adeguato test di valutazione dell’avvenuto contagio”.

Pedrini denuncia l’assenza di un protocollo definito e standardizzato per i medici di base, a distanza di più di un mese dall’inizio dell’epidemia. “Ancora oggi non ci sono indicazioni univoche da parte della regione Lombardia, solo una circolare, ma nessun protocollo”. Mentre le notizie sui nuovi contagi e sui morti a Bergamo e in Lombardia cominciano a dare qualche segnale positivo, ci si chiede cosa sia successo nell’ultimo mese nella provincia e nella regione più colpite d’Italia dall’epidemia.

Il contagio massiccio del personale sanitario, la rapidità della diffusione della malattia, la sua letalità più alta che in altre zone e le difficoltà del sistema ospedaliero sono tra gli elementi più eclatanti di questa vicenda, ma non sono gli unici. Mentre è stato proclamato uno sciopero generale dei metalmeccanici lombardi il 25 marzo, in molti si chiedono come mai si sia tardato tanto a chiudere le attività produttive in una zona così colpita dall’emergenza sanitaria.

Morti sottostimati
Secondo i dati ufficiali, in un giorno a Bergamo sono morte anche più di cento persone, la media dei morti è stata di cinquanta al giorno, in una città di 110mila abitanti. L’immagine dei mezzi militari che trasportano le bare in altri cimiteri italiani per cremare i morti è diventata il simbolo più macabro e scioccante della pandemia di Covid-19 in Italia. Il forno crematorio della città, infatti, non riesce a far fronte al numero eccezionale di salme che quindi sono trasferite in altre città italiane; le ultime 35 bare sono partite il 24 marzo per essere tumulate nel cimitero di Bologna. Nella città lombarda ci sono stati 6.728 casi e più di mille morti al 24 marzo, ma secondo il sindaco Giorgio Gori sarebbero in realtà di più perché molti anziani sono morti in casa, senza che gli sia stata diagnosticata la malattia. “Per ogni deceduto per Covid-19 ce ne sono altri tre che sono morti in casa di polmonite e senza test”, ha dichiarato il sindaco della città Lombarda. Lo statistico Francesco Locatelli, bergamasco, sostiene che i contagi devono essere stati sottostimati di cinque o sei volte a fine febbraio e questo, insieme a una serie di altri fattori, spiegherebbe l’alta letalità e il numero di decessi.

Di Annalisa Camilli   […continua]

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