Salario minimo in Slovacchia? Abolirlo e lasciare libera contrattazione per premiare la meritocrazia

Come abbiamo riportato la scorsa settimana sul nostro giornale, lo stipendio medio mensile in Slovacchia è aumentato del 3,7% su base annuale nel terzo trimestre 2010, attestandosi a 750 euro. E il mese scorso avevamo scritto della trattativa in corso tra le parti sociali, finalizzata all’aumento del salario minimo. Pur ritenendo che lo stesso sia attualmente inadeguato, prova ne è la cifra dello stipendio medio, questo spinge ad una riflessione a più ampio spettro. Contrattare sindacalmente l’importo minimo del salario (da 307,70 euro a 317,00 euro), quando l’attuale costo della vita non permette neanche la sopravvivenza con tale importo, è a dir poco ridicolo. Ho l’impressione che si stia compiendo il classico gioco delle parti: i sindacati dei lavoratori che pur di far sentire la loro voce conducono una battaglia assurda e dall’altra i datori di lavoro, che di fatto potrebbero accettare senza riserve una così minima rivendicazione, ed invece si contrappongono sostenendo che la concorrenza sta spingendo i prezzi delle loro produzioni verso il basso e molti clienti preferiscono rivolgersi a produttori in Bulgaria o in Romania, avendo loro prodotti più economici.

Cosa proporre pertanto ?

Una vera e propria presa di posizione politica che abbia il coraggio di avallare la ricetta libertaria in tale settore. In concreto, per consentire l’incontro fra domanda e offerta di lavoro è necessario eliminare tutte le rigidità introdotte da una normativa che, da elemento di garanzia, si è trasformata in elemento di esclusione. Ripristinare la libertà di contratto tra lavoratore e datore di lavoro potrebbe aiutare. Consentire le differenziazioni salariali determinerebbe automaticamente il prezzo del lavoro. Il rapporto tra domanda ed offerta porterebbe al raggiungimento di un punto di equilibrio, nel tempo, caratterizzato da disoccupazione involontaria quasi nulla. In Italia un ragionamento di questo tipo si è iniziato con l’era Marchionne in Fiat. Tuttavia il percorso avviato è assai arduo per le logiche contrapposizioni tra sindacati e datori di lavoro e la quasi nulla presa di posizione politica. In Slovacchia, a differenza, non potendo contare su una contrattazione collettiva ed un attivismo sindacale datati come quello italiano, potrebbe essere una opportunità.

La condizione del lavoratore di soggetto debole rispetto al datore di lavoro, che giustificherebbe i contratti e le normative collettive, in realtà è controproducente. Le leggi sui minimi salariali dovrebbero essere abolite. In ogni caso, non si riesce ad evitare la violazione dei minimi salariali, il rischio è quello di praticare il lavoro nero, in Italia ci sono dati in questo senso allarmanti. La tesi secondo cui il salario minimo serve a impedire che i datori di lavoro paghino salari troppo bassi è smentita dal fatto che la maggior parte dei lavoratori guadagna molto più del salario minimo; non si spiegherebbe altrimenti il perchè  di ricchezze e consumi non in linea con i dati economici. Inoltre l’esistenza del salario minimo elimina possibilità di lavoro per quelle categorie, disposte a svolgere attività non qualificate e/o provvisorie, per guadagnare e inserirsi comunque nel mercato del lavoro. È necessario anche continuare nelle riforme del Welfare per apportare benefici anche al mercato del lavoro. Infatti, la riduzione del costo del lavoro derivante dalla riduzione degli oneri sociali incrementerebbe le assunzioni da parte delle imprese.

Vista la bassa soglia di salario in Slovacchia, che poche volte viene rispettata, e al fine di limitare contrapposizioni sociali, si potrebbe proporre di eliminare tutti gli ostacoli giuridici all’offerta di prestazioni di lavoro. In un sistema siffatto non vi sarebbe disoccupazione involontaria, perché qualunque eccesso di offerta di lavoro verrebbe assorbito attraverso l’usuale meccanismo di riduzione del prezzo e verrebbe premiata la capacità. Ovvero concreta applicazione della meritocrazia.

(Walter Piacentini)

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