L’italiano Marco Gerbi in mostra a Zilina da Giovedì col suo nomadismo poetico

Marco Gerbi - In lavatrice, 2010, acrilico e collage su cartone, 100x70 cm

Marco Gerbi - Gratis, 2010, acrilico e collage su cartone, 100x70 cm

Marco Gerbi, dopo le recenti mostre a Praga, Galanta, Varsavia, Budapest, Cracovia e Turku, arriva a Zilina con oltre 100 opere che ripercorrono quasi 20 anni della sua carriera artistica. Questo è il primo evento che  celebra  in Slovacchia i 150 anni dell’Unità d’Italia. L’arte è una risposta ad una necessità, è  pratica attraversata dal desiderio di risarcire e rimarginare una smagliatura iniziale.

L’arte è, per principio, contro ogni perdita, seppure costringe la propria azione dentro il sistema mentale della negazione, dentro il luogo della catastrofe linguistica.  Qui si attua la rottura, e, nel contempo, si cerca riparo dietro il decoroso separé del linguaggio; qui si ripara all’irreparabile, sotto il cui segno il sistema sociale pone lo scambio e le piccole manovre dell’esistenza.

Questo il panorama culturale dei fervidi anni Sessanta, dove l’arte ha tutti questi significati e anche qualcosa di più in quanto introduce, tra l’altro, un diverso tipo di economia, non più semplicemente duale, dare e avere, ma basato su una perversa dose di opportunismo.

Sono gli anni del boom economico  e della rapida ascesa dei mezzi di comunicazione di massa. Sono gli anni in cui  l’intellettuale cessa di essere l’aedo di una rivoluzione, mancata e impossibile, mentre inizia il periodo felice della contaminazione tra voce e suono, tra immagine e scrittura, tra arte e comunicazione.

Questo il mondo in cui, oggi, si muove Marco Gerbi. Autodidatta, erede dei dettati e degli irrisolti postulati di quel poetico spazio temporale, giovane moderno e contemplatore, frequentatore  di artisti quali Malquori e Marcucci. Filosofo senza saperlo, edonista confuso, sempre alla ricerca di uno spazio dove il bello come archetipo possa coincidere con il convulso e disordinato mondo dell’oggi, vagheggiatore continuo di un’idea di perfezionamento tra quegli artisti antesignani di un concetto di rinnovata bellezza; ricercatore, nei suoi collage, di accordi profondi e indissolubili, tra l’immaginario, il disatteso e il rimosso della contemporaneità e i suoi nuovi modelli di riferimento; scrutatore di tutto ciò che è  sotteso all’immagine e di tutto ciò che potrebbe vibrare nel mondo dell’altrove. Un crinale difficile, quello di Gerbi, una dorsale che coincide con una forma d’arte poetica che si trova a disagio ovunque, una forma d’arte povera che predilige gli angoli più vissuti e più reali, quelli più congrui alle espressioni dell’arte.

Marco Gerbi - In lavatrice, 2010, acrilico e collage su cartone, 100x70 cm

Atteggiamento, questo, che ci riporta al pensiero di Filiberto Menna nel cui fondamentale saggio, “La linea analitica dell’arte moderna”, si ritrova un importante paradigma per comprendere le scelte future di molti artisti secondo cui è moderna solo l’arte nata «dall’acquisizione  teorica e operativa della natura convenzionale ed astratta del linguaggio artistico».

Così Marco Gerbi è, per un verso, portatore di una sua personale poetica e, per un altro, ricettore di una comune mentalità estetica e visione morale dell’arte. L’artista, dunque, sviluppa attitudini rintracciabili, come incubazione, nella seconda metà degli anni Sessanta, un decennio che, sia pure tra forti contraddizioni, è pur sempre un’agorà del nostro vivere civile e segna l’eroica ripresa della pittura, la citazione come procedimento, la memoria come scorrimento tra i reperti della storia dell’arte, l’eclettismo stilistico tra astrazione e figurazione, infine un esteso «nomadismo  culturale»  per usare un’espressione, molto carica di significato, di Achille Bonito Oliva.

Nella sua arte si avverte di continuo una tensione ambigua in cui manualità e fatto mentale non solo coincidono ma sviluppano anche una posizione in cui teoria e pratica artistica, progetto ed esecuzione, non si trovano in  posizione frontale ma si ritrovano integrati nell’evento del fare artistico.

Il deserto dell’artista è il giardino geometrico della visione, depurato da ogni ostacolo e portato nella condizione orizzontale di immagine lampante, esposta sino al limite dell’impietosa esibizione. Esso implica un piano ampio per la visione, da cui è possibile spaziare impunemente con lo sguardo, fino a sorvegliare i confini ultimi, l’orizzonte oltre cui tramonta il sole e inizia il mare verticale del nulla, dove l’occhio affonda senza riuscire più a carpire le altre informazioni.

Questa è l’arte di Gerbi: è il gesto che coltiva il suo deserto nello stoico tentativo di misurarne l’estensione per potervi porre i punti del suo essere.

Ed è proprio da qui che l’artista comincia a definire i punti del suo costruire forma  dove trovano posto soprattutto elementi di bellezza, di compostezza e  perfezione, le icone della ricerca di un nuovo equilibrio in un mondo in cui tutti gli equilibri sono stati scardinati.

Un punto di partenza  per ricostruire la forma, per ritornare a credere nell’arte.

Teresa Triscari
Direttore Istituto Italiano di Cultura, Bratislava

Vernissage 9 dicembre 2010 ore 17:00

Galleria d’Arte della Città di Žilina
M. R. Štefánika, 2
Info: 00421 41 562 25 22, www.pgu.sk
Mostra aperta dal 9.12.2010 al  13.2.2011
Martedì – Venerdì:               09:00 – 17:00
Sabato – Domenica:           10:00 – 17:00

Biglietti: intero 1 euro e ridotto 50 cents

Marco Gerbi - Repubblica, 2010, acrilico e collage su cartone, 100x70 cm

Marco Gerbi è nato a Firenze nel 1966, autodidatta, cultore di studi classici, già alla fine degli anni ’80 entra in contatto con nuove realtà artistiche, anche internazionali. La prima mostra è del 1995, nell’ambito della collettiva “Alchimia dell’immagine”, organizzata dal Comune di Pontassieve (FI), dove presenta una selezione di lavori realizzati con una tecnica basata sull’utilizzo di inchiostri tipografici e la cui ispirazione è da ricercare soprattutto nei movimenti artistici toscani degli anni ’60.
A Firenze conosce Roberto Malquori, collegato al Gruppo 70, al Centro Techne, al Bauhaus situazionista scandinavo e Lucia Marcucci esponente di punta del movimento della Poesia visiva e scopre di avere punti in comune con l’opera di questi artisti. Nel 2000 lascia l’Italia e si trasferisce in Slovacchia dove si accosta ad artisti come Alena Adamíková, Daniel Brunovsky, Ludovít Lehen, Ernest Zmeták, Uljana Zmetáková.
Fra il 2005 e il 2010 tiene numerose personali e collettive, tra cui, degne di nota quelle presso il Castello Rinascimentale di Galanta, il Palazzo Zichy a Bratislava, il Centro Culturale di Pezinok, l’Istituto Italiano di Cultura di Praga, il Centro Culturale di Izabelin a Varsavia e il Salone Internazionale del Libro di Turku, in Finlandia. Nello stesso periodo in Italia partecipa a varie collettive, tra cui, quelle alla Fonderia delle Arti di Roma, al Museo della Polizia a Roma, al Museo della Microarte di Pietrabbondante (IS) e al Museo Archeologico di Palazzo Doria Pamphilj di Valmontone (RM).

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