Luigi Serafini parla del suo Codex Seraphinianus: la realtà è un sogno… o un gioco — Intervista

Se l’enciclopedia tende a fissare il sapere di una data epoca e ad organizzare la realtà in categorie, il Codex Seraphinianus si presenta invece come una divertente fantaenciclopedia caratterizzata dalle combinazioni più curiose e dominata da un contenuto fortemente dinamico, in un vortice di immagini e di bizzarre grafie.

Il Codex Seraphinianus, edito nel 1981, sfugge ad ogni più rigorosa classificazione, come ogni autentica opera d’arte, malgrado le immagini ricordino le creazioni di Hieronymus Bosch, la scrittura automatica surrealista e il metodo paranoico-critico di Dalí. L’apparentemente rigoroso sistema di incasellamento enciclopedico risulta scardinato dalle didascalie scritte in una lingua inventata e asemica, cioè assolutamente priva di significato.

Il Codex è frutto di un lavoro “automatico”, in cui l’artista si spoglia delle forme esteriori dell’esistenza quotidiana e inizia un percorso psichico per sollevarsi dal mondo terreno e far affiorare frammenti della propria anima. Non senza una certa ironia, Serafini ha più volte raccontato che la vera sorgente creativa della sua opera fu… il gatto che gli teneva compagnia durante la realizzazione del Codex. E il gatto da secoli simboleggia il legame che intercorre tra il mondo materiale e l’universo spirituale.

Ma l’opera nacque anche dalle impressioni di un viaggio in California, a contatto con lo spirito comunitario dei figli dei fiori. Non un’opera da riporre sugli scaffali poverosi di un museo, ma un libro vivo e di facile diffusione che avesse lo stesso approccio visionario e giocoso del movimento hippie.

Una creazione artistica animata da sincera ispirazione, da un senso di profonda libertà che pervade le figure, non soggette alle leggi del mondo materiale, da un’ironia sottile che gioca con forme improbabili e minuscoli corpuscoli. La forte presenza di scheletri nel Codex, già osservata da Italo Calvino, sembra indicare “il solo nucleo di realtà che resiste in questo mondo di forme intercambiabili”.

Il Codex sprigiona un’ansia di liberazione e di catarsi, un processo che solo l’arte autentica è in grado di suscitare.

Dopo la presentazione del Codex Seraphinianus al BRaK, il Festival internazionale dell’editoria di Bratislava, abbiamo rivolto alcune domande a Luigi Serafini perché ci aiutasse a “decifrare l’indecifrabile”, ma sappiamo bene che l’interpretazione di un’opera d’arte trascende spesso i confini dell’intenzione dell’artista e che l’arte “ama nascondersi”…


Intervista

Da dove nasce la combinazione impossibile di fauna-flora e mondo umano del Codex, da quale misterioso “daimon” interiore?

«Da bambino trascorrevo spesso le mie vacanze in una villa nelle Marche, isolata nella campagna e con un grande parco popolato di uccelli. La villa apparteneva ai miei zii, che all’inizio del ‘900 avevano iniziato a viaggiare in tutto il mondo e a collezionare moltissimi oggetti. Per me quel luogo magico rappresenta davvero una fusione tra naturale e artificiale, perché la villa era immersa nella natura e al suo interno c’era una raccolta incredibile di oggetti, provenienti dall’Africa e dall’estremo Oriente. Credo che quelle estati siano state fondamentali per la mia formazione. Indubbiamente la villa è stata la sorgente del Codex».

Nelle immagini del Codex c’è un elemento di stupore infantile? Un “fanciullino pascoliano” che vede ciò che gli adulti non sono piú in grado di percepire

«Sicuramente nel Codex c’è il ricordo infantile della mia attrazione per l’arte giapponese, per gli oggetti della raccolta dei miei zii, in particolare per un un arazzo realizzato in forma di rotolo, un kakejiku di grande bellezza che oggi conservo nella mia casa di Roma. Quello è stato un elemento magico e rivelatore che mi ha incantato per la precisione del disegno. Si tratta di un lavoro risalente alla seconda metà dell’800, cioè alla fine del periodo Edo, regalato a mio zio dal primo ambasciatore vaticano in Giappone. Ma c’è un’altra particolarità che rende affascinante quell’arazzo: la presenza di caratteri della scrittura cinese, per me incomprensibili. In Oriente non vi è differenza tra pittura e scrittura, quindi si può dipingere su un quadro di un altro artista e contribuire così all’abbellimento del suo lavoro. Su questo arazzo aveva scritto un altro artista, un giapponese che aveva riprodotto la scrittura cinese secondo una moda imperante da secoli, quella cioè di imitare in Giappone i modelli artistici cinesi. Quella scrittura strana e, ripeto, per me incomprensibile, credo possa considerarsi l’antenata del Codex».

La missione dell’artista è quella di essere un mediatore tra mondi paralleli, diversi, che sfuggono alle persone, e di tradurre in simboli questi “altri” mondi. È questo il senso dei suoi “pesci-occhi”, penetrare nel buio dell’inconscio o dell’ignoto?

«La funzione dell’arte è proprio questa, o perlomeno dovrebbe essere questa. L’artista è come uno sciamano, un mediatore tra il visibile e l’invisibile, con una funzione quasi sacra, che oggi sembra aver perso… Purtroppo, il sistema attuale dell’arte è un “sistema economico”. Nella nostra società l’artista è importante se ha un mercato importante, se vende una sua opera per milioni di euro o di dollari… C’è una crisi profonda nel sistema dell’arte: la gente preferisce andare al cinema piuttosto che alla Biennale di Venezia, perchè nel cinema riesce a trovare quelle emozioni che l’arte non sembra più capace di trasmettere. Il pubblico ormai si trova di fronte a creazioni artistiche incomprensibili, che appartengono ad un sistema che non genera più emozioni».

Secondo Giorgio De Chirico, “un’opera d’arte, per diventare immortale, deve sempre superare i limiti dell’umano senza preoccuparsi né del buon senso né della logica”. Quali sensazioni ha Luigi Serafini quando crea?

«De Chirico è stato molto prolifico nel dare definizioni sul significato dell’arte che a me paiono alquanto “pesanti”, frutto di una sorta di egotismo… Ricordo la strana sensazione suscitata in me bambino da quel signore strano, così diverso dagli altri, con i capelli bianchissimi, che camminava come un robot, quasi strisciando, data l’età molto avanzata. De Chirico si recava ogni giorno al Caffè Greco alle 3 del pomeriggio, con una puntualità svizzera, e io ero solito incontrarlo mentre andavo con mia madre e mia sorella a giocare ai giardini del Pincio. Mi rimase impressa quell’immagine austera…

A dir la verità, mi sembra che il paradosso colga meglio il significato della creazione artistica. Dalí, ad esempio, diede una volta una risposta esilarante a chi gli chiedeva di definire il sistema paranoico-critico da lui inventato. “Sono passati molti anni e ancora non ho capito che cos’è questo metodo, però una cosa è certa: con questo metodo ho guadagnato un sacco di soldi!”

La vera sensazione che provo è quella dell’annullamento, perché quando si crea non si deve avere coscienza che si sta creando. Questo è un dogma, è difficile inventare altre definizioni».

Quanto contano la semplice quotidianità, l’incontro fortuito e l’elemento giocoso-ironico nella sua creazione artistica?

«Il caso è il grande regista della vita di tutti e lo è ancor di piú nella vita dell’artista, con un misto di elementi che vanno dal giocoso-ironico al tragico. Il caso è per me molto importante, perché ogni giorno succede qualcosa che può essere parte del Codex».

Nel Codex c’è chi ha notato un precedente illustre: il manoscritto Voynich, un codice illustrato con un sistema di scrittura ancora indecifrato e immagini di vegetali sconosciuti risalente al Quattrocento, il secolo dell’esoterismo e del neoplatonismo.

«Il manoscritto Voynich è un testo misterioso, che è strano non si riesca a decifrare con gli strumenti scientifici oggi a nostra disposizione, almeno nella sintassi compositiva. A meno che non si tratti di una lingua aliena dalla nostra logica. A me pare poco interessante dal punto di vista artistico, perché nelle sue strane forme botaniche manca un autentico sforzo immaginativo e i disegni sono alquanto approssimativi… Ma questo forse è il trucco, il suo segreto, dato che all’epoca tutti sapevano disegnare. Personalmente non mi sono ispirato al manoscritto Voynich, che secondo me è un falso, una sorta di antico esempio di “fake news”, venduto a Rodolfo II di Boemia, grande appassionato di alchimia».

(Paola Ferraris)

Foto: Paola Ferraris

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