Caso Kuciak: la stampa protesta per confisca cellulare di una giornalista

L’ufficio del procuratore speciale ha emesso l’ordine di acquisire una copia dei dati sul cellulare di una giornalista investigativa ceca che in passato aveva collaborato con il giornalista slovacco assassinato Jan Kuciak. Martedì 15 maggio il quotidiano Sme aveva riferito che la giornalista Pavla Holcova che dirige il il Centro ceco per il giornalismo investigativo (ČCIŽ) era stata interrogata dall’Agenzia nazionale anticrimine NAKA per diverse ore, e che gli agenti avevano tenuto il suo telefonino e la scheda SIM. La Holcova ha scritto su un social network di essere andata all’interrogatorio «in buona fede come testimone, e non come sospetta», notando che non crede «che tolgano i telefoni ai testimoni».

La procura ha in seguito commentato la cosa facendo notare che l’ordine «è stato consegnato alla persona in questione, che ha dato il suo consenso», e ha «dichiarato esplicitamente che affidava volontariamente il suo telefono cellulare per le necessità dell’indagine criminale», firmando i verbali insieme ai funzionari di polizia. Secondo l’ufficio del procuratore speciale, l’acquisizione di una parte delle comunicazioni del telefono ha il solo scopo di «ottenere una prova obiettiva» a favore dell’indagine, «e non a violare i diritti della giornalista».

Come riportato anche dall’OOCRP, l’Organized Crime and Corruption Reporting Project cui il ČCIŽ è affiliato, Holcova era stata convocata per «quello che credevamo fosse un incontro amichevole per aiutare le indagini sull’omicidio di Jan Kuciak», e che il sequestro del suo telefono si è rivelata essere una azione inaspettata e premeditata, dato che gli agenti «avevano già ottenuto il nullaosta del giudice». La giornalista ha consegnato il telefono, ma lo ha spento e ha rifiutato di fornire i codici di accesso. Inoltre, nelle otto ore di interrogatorio si è andati «oltre la portata dell’indagine sull’omicidio», informandosi delle comunicazioni e della collaborazione tra media e giornalisti, e la polizia ha fatto commenti sul fatto che Holcova nel suo lavoro «sia stata “sempre contro il sistema”», scrive OOCRP. Prima della confisca del telefono, lei aveva mostrato alcuni dei messaggi intercorsi tra lei e Jan, promettendo di inviare anche il resto delle conversazioni tra i due. Ma queste non erano interessanti per la polizia, ha detto successivamente la giornalista, e i funzionari volevano invece tutte le comunicazioni che lei aveva avuto dopo l’omicidio.

Holcova lavorava con Kuciak per conto dell’OCCRP quando lo slovacco fu assassinato. In precedenza aveva aiutato la polizia dicendo loro quello che sapeva. Jan era suo amico e Holcova era motivata a trovare i suoi assassini.

OCCRP chiede che «se la polizia slovacca è veramente interessata a risolvere il caso, restituisca immediatamente il telefono alla giornalista». Dalle azioni ostili intraprese dall’Agenzia nazionale anticrimine sembrerebbe che il focus degli investigatori siano i giornalisti piuttosto che l’omicidio di Kuciak e Martina Kusnirova.

Questo fatto ha messo in allarme editori e direttori di alcuni importanti media slovacchi, che esprimono preoccupazione per le attività della polizia nei confronti della Holcova, e sollecitano l’ufficio del procuratore speciale e la polizia a dare chiarimenti su quel che stanno facendo e quanto a fondo possono andare nell’esaminare le fonti di informazione dei giornalisti. I rappresentanti  della stampa slovacca hanno anche invitato il ministero della Cultura a rafforzare la posizione legislativa dei giornalisti ed eliminare le ambiguità esistenti nella legislazione attuale.

In una dichiarazione congiunta i media slovacchi ricordano che il dovere «di proteggere le fonti è uno dei fondamenti del lavoro giornalistico, è una delle condizioni pretese da chi fornisce ai giornalisti informazioni sensibili che consentono di scoprire la corruzione o altri reati delle autorità pubbliche». La garanzia di riservatezza per le fonti è richiamata anche nella legge sulla stampa in vigore, ed è riconosciuta anche dalla Corte europea dei diritti dell’uomo (ECHR).

(Red)

Foto pix/BS

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