Maggio

“In questi giorni, 50 anni fa, per le strade di Parigi scoppiava il Maggio francese. Era il ’68 e niente sarebbe rimasto come prima. Una trasformazione civile e culturale che ha stravolto le vecchie regole di quell’Europa che si era scrollata di dosso le conseguenze della guerra e del dopoguerra, ma che stentava a trovare la sua via, la sua propria mentalità. Forse tutta la rivoluzione ha avuto inizio proprio da quel contatto tra gli studenti e gli operai, due categorie che in precedenza non si sarebbero alleate, non si sarebbero neppure parlate. C’era però uno scopo comune, il capitalismo e il consumismo avevano già mostrato il difetto etico e civile che li contraddistingue”. Inizia così l’editoriale con cui Sandra Cartacci apre il nuovo numero di “Rinascita flash”, bimestrale dell’omonima associazione, che dirige a Monaco di Baviera.

“Furono i giovani a prendere l’iniziativa, con un primo, rilevante sovvertimento di regole e abitudini. Negli anni seguenti e fino ai giorni nostri i pareri sul fenomeno scaturito nel ’68 sono stati e sono discordanti. Prima di quegli anni però, in tante realtà del mondo occidentale era difficile, se non impossibile, parlare di diritti del lavoro, di diritti civili, di integrazione sociale, di parità tra uomo e donna. Il ’68 pose il problema etico alla portata di tutti. Erano anni di opportunità, obiettivi, potenzialità, nel privato e nel mondo del lavoro.

È difficile guardarsi intorno adesso, pensare che siamo figli e nipoti di quel momento storico, mentre tentiamo di superare le crisi della nostra Europa di banche e liberismo, di rigurgiti fascisti e neonazisti, di regresso e spinte oscurantiste, di conflitti sociali, di xenofobia e negazione dei diritti.

Eppure la riprova del nostro essere impregnati di quella mentalità, rivoluzionaria allora e oggi quasi fuori moda, è proprio l’inquietudine che ci crea tutto questo. Forse non ci verrebbe in mente di pretendere pari salario fra uomini e donne, né di aderire a MeToo, se non portassimo in noi quello che allora studenti e lavoratori urlavano per strada e oggi solo pochi si azzardano a dire. E non ci preoccuperemmo troppo di integrazione e rispetto del migrante, di diritto del lavoro che non c’è, dello Stato sociale che deperisce di anno in anno. Cinquanta anni fa, dopo il boom economico, la consuetudine di pensiero si formava sui messaggi delle pubblicità all’americana e in Germania, come in Italia, la vita delle donne era scandita da quella che in tedesco si chiamava “le tre kappa”: “Kinder, Küche, Kirche” (bambini, cucina, chiesa).

Oggi in Germania il cardinale Reinhard Marx, arcivescovo di Monaco di Baviera e presidente dei vescovi tedeschi, si è espresso in modo estremamente critico verso Markus Söder, ministro presidente bavarese, che ha deciso di obbligare ad appendere una croce in tutti gli edifici regionali. Marx ha sostenuto che “Se la croce è vista solo come un simbolo culturale, non la si capisce”, la croce “è un segno di protesta contro la violenza, l’ingiustizia, il peccato e la morte, ma non un segno contro altre persone”. Il cardinale Marx conferma che qualcosa è cambiato per sempre. L’iniziativa populistica di Söder invece, ricorda che in Baviera si vota fra sei mesi e che siamo in piena campagna elettorale”.

(Sandra Cartacci, Rinascita Flash/aise)

 

Foto wikipedia CC0
Manifestazione a Roma, maggio 1968
Foto wikipedia CC0
La Triennale a Milano, 1968

 

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