I veti incrociati che paralizzano l’Europa

La «guerra civile europea» contro cui punta il dito Emmanuel Macron ha certamente a che fare con la deriva autoritaria di alcuni governi Ue. L’Ungheria di Viktor Orban e la Polonia su tutti. E ovviamente con l’ascesa dei movimenti sovranisti, cresciuti a suon di critiche a Bruxelles. Un fenomeno da cui anche l’Italia non è esente.

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Ma i destinatari dell’accusa sono anche molti dei governi in carica, protagonisti di una guerra di veti incrociati che continua a paralizzare l’Ue. Si tratta di una strategia spesso «difensiva», frutto dei timori per l’avanzata dei partiti populisti, che spingono i governi europei su posizioni radicali e di chiusura proprio per cercare di dare risposte sul fronte interno. «Le nostre differenze, talvolta i nostri egoismi nazionali, sembrano più importanti di ciò che ci unisce» ha detto ieri Macron.

Ma ognuno ha i suoi scheletri nell’armadio. Alcuni eurodeputati lo hanno stuzzicato sulla Siria, accusandolo di essersi mosso autonomamente, senza troppo badare alla «sovranità europea». O sul trattamento dei migranti al confine con l’Italia. O ancora sulla Tobin Tax europea, «che è bloccata dalla Francia», gli ha rimproverato il socialdemocratico tedesco Udo Bullmann.

Il malessere di Macron in questi giorni guarda principalmente a Berlino. I falchi della Cdu/Csu vogliono sbarrare la strada all’intesa franco-tedesca per la riforma dell’Eurozona e hanno già bocciato il cuore delle proposte dell’Eliseo. Il recente exploit elettorale dell’Afd, contraria a qualsiasi forma di «aiuto» agli altri Paesi europei con i soldi dei contribuenti tedeschi, è certamente uno dei motivi che spinge Berlino alla prudenza.

E se su questo terreno l’asse con la Germania fatica a trovare un equilibrio, all’orizzonte per Macron ci sono nuvole nerissime. Otto governi del Nord Europa – capitanati dall’Olanda – hanno già bocciato in partenza il suo piano per una maggiore integrazione dell’Unione economico-monetaria. I falchi insistono sulla disciplina di bilancio e non intendono garantire per i rischi legati ai partner mediterranei.

Sempre nel nome dell’interesse nazionale prima di tutto, l’Olanda guida anche un gruppo di Paesi (Austria, Danimarca e Svezia) che non intende versare un euro in più nel bilancio europeo post-Brexit. L’Aja si oppone poi alla Web Tax, che è tanto cara a Macron ma non a Lussemburgo, Irlanda, Malta e Cipro. Ossia quegli Stati che hanno fatto del loro sistema fiscale generoso una calamita per le multinazionali. Gli egoismi nazionali sono poi al centro della riforma di Dublino, con i Visegrad che si oppongono alla redistribuzione dei rifugiati. Mentre la Spagna, alle prese con la grana Catalogna, non vuole firmare la dichiarazione che verrà approvata al prossimo summit Ue-Balcani (17 maggio). Madrid non riconosce l’indipendenza del Kosovo.

(Marco Bresolin, lastampa.it cc by nc nd)

Foto loungerie cc by nc sa

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