Orbán pigliatutto in Ungheria. Ma non chiamatelo populismo

Di Matteo Zola, East Journal – Viktor Orbán, ha vinto le elezioni parlamentari ottenendo il terzo mandato alla guida del paese. Il suo partito, Fidesz, ha ottenuto il 49,5% dei voti. Al secondo posto il partito di estrema destra Jobbik. L’affluenza è stata del 69%, molto alta per l’Ungheria. Alla luce di questi dati, la stampa nostrana non ha trovato di meglio che ripetere la solita solfa, ovvero che è “una vittoria del populismo”, di un “tiranno” da cui salvare genti ignare e innocenti, del peggiore “nazionalismo” e che – questa sono riusciti a dirla in una rete all-news nazionale – “Jobbik è un partito che sta più a destra di Orban, anche se non si sa come sia possibile”. Conformismo e fastidio.

Non se ne può più. Si assiste ormai a un fiorire dell’uso del termine “populista” per definire qualsiasi forma di governo o di pensiero non coerente con la dottrina liberale. Il termine, che ha un’accezione negativa, viene usato per delegittimare un vasto spettro di possibilità politiche: protezionismo economico, nazionalismo paternalista, corporativismo, euroscetticismo, conservatorismo, ma anche idee di democrazia diretta o forme di socialismo rivoluzionario: tutto (e il contrario di tutto) sembra potersi contenere in questa parola.

Szép hazám!

Posted by Fidesz – 2018 on 9. apríl 2018

 

Un uso siffatto del termine non solo è sbagliato – lo si confonde con demagogia – ma realizza il più grave dei peccati intellettuali, quello che potremmo chiamare erbafascismo, ovvero la tendenza a mettere in unico fascio – totalizzante e totalitario – le erbe più disparate, talune propriamente erbacce, varia gramigna, ma anche qualche semplice da cui magari si potrebbe ricavare medicamento o balsamo per le cancrene dell’epoca nostra. Di più, si corre il rischio di sbagliare diserbante con l’effetto di veder la malerba resistere e ancor più proliferare.

Tacciare Viktor Orbán di populismo è fuorviante poiché non è al popolo che egli si rivolge, non è degli ungheresi che si fa campione, ma della nazione eterna, quella cattolica, quella sopravvissuta ai terrori del Novecento, quella repressa – ma non domata – del 1956, anno della Rivoluzione in cui l’Europa tutta volse altrove lo sguardo o, peggio, si dichiarò carrista. Sono elementi solo in apparenza secondari, lontani nel tempo. In Ungheria, come in larga parte dell’Europa centro-orientale, la storia è ora e qui. Non è un passato rinchiuso nei musei o nei sassi inerti delle civiltà sepolte, è corpo vivo che cammina nel presente. Il passato è attualità. E guardando al passato Orbán dice che la fedeltà all’Europa non è un dogma, visto che l’Europa tradì la nazione ungherese in quel 1956. E dice che essere partner va bene, ma che un partner dice anche dei “no”, altrimenti è un servo. Il paragone, fatto da Orban tempo addietro, tra l’Unione Sovietica e l’Unione Europea non è casuale – e nemmeno così peregrino, a dirla tutta.

L’Ungheria è uscita dalla cattività sovietica grazie alle forze sotterranee che hanno tenuto vivo lo “spirito” della “nazione” anche negli anni più bui. Sono termini che possono farci sorridere, qui in occidente, ma su cui nessuno – in Ungheria, Polonia, Repubblica Ceca o Slovacchia – si sognerebbe di ridere. La libertà di oggi è, per quei paesi, il risultato di una tenacia spirituale che ha consentito alla “nazione” di sopravvivere alla barbarie nazista, all’occupazione sovietica, ai tentativi di annichilimento culturale o linguistico.

Nel caso ungherese, il bagno di sangue del 1956 ha prodotto sotterranei rivoli che, negli anni Ottanta, sono riemersi carsici dal sottosuolo dando vita a movimenti come il Magyar Demokrata Fórum o il Fiatal Demokraták Szövetsége (Fidesz), l’alleanza dei giovani democratici fondata dal venticinquenne Viktor Orbán nel 1988. Si tratta di movimenti che proponevano un’alternativa democratica per il proprio paese, lottando contro il regime comunista ma anche contro l’idea – quella della rivoluzione socialista – che essi incarnavano. Una lotta dalle profonde radici, di cui questi movimenti si sentivano – e ancora si sentono – gli eredi. Eredi di quella che, in Europa centro-orientale, chiamano controrivoluzione. Un termine che, da questa parte d’Europa, fa subito pensare alla reazione, alla Vandea, all’oltranzismo cattolico, ma erano dette “controrivoluzioni” la Primavera di Praga, la Rivoluzione ungherese del ’56, quella di Velluto, l’azione di Solidarność. Oggi, per i leader politici di molti di quei paesi, è controrivoluzione quello che noi chiamiamo “euroscetticismo“.

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Foto EPP cc by

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