Vadalà: la Corte Suprema decide sul ricorso contro l’arresto

Le indiscrezioni sulle contiguità dell’imprenditore italiano Antonino Vadalà con doganieri in Slovacchia che gli facevano passare senza controlli merce importata dal Sud America in cui nascondeva cocaina saranno indagate dalla procura regionale di Kosice. Il quotidiano Sme aveva pubblicato notizie di rapporti confidenziali con agenti delle dogane allo scopo di assicurare un traffico internazionale di stupefacenti tra l’America Latina e Italia, Slovacchia e Slovenia. Un business nel quale Vadalà, secondo la procura di Venezia che ne ha ordinato l’arresto, aveva avuto un ruolo di primo piano nell’organizzazione insieme alle cosce della ndrangheta in Calabria e nel Nord Italia. L’indagine veneziana ha portato al sequestro di oltre seicento chili di droga e all’arresto di diciassette persone.

Proprio la documentazione allegata al mandato di cattura internazionale per Vadalà contiene queste informazioni, fornite da un infiltrato delle forze dell’ordine che ne ha ricevuto le confidenze. La cocaina, partite di 2 o 300 chili per volta, era nascosta tra la frutta esotica proveniente da Costa Rica, Ecuador e Colombia. I funzionari doganali, scrive Sme, negano tutto e sostengono che le dichiarazioni di Vadalà, arrestato tre settimane fa e in stato di fermo in carcere, sono false.

Nel frattempo, sempre la procura di Kosice ha presentato una richiesta di custodia cautelare all’estero per l’imputato, sulla base del mandato di cattura europeo e della richiesta di estradizione dall’Italia, ma la decisione sull’invio di Vadalà a Venezia sarò presa solo dopo che la Corte Suprema slovacca avrà valutato il ricorso contro il mandato di cattura presentato la scorsa settimana dall’avvocato dell’uomo. La Corte dovrebbe pronunciarsi sull’ammissione del ricorso entro cinque giorni, e dunque la risposta è attesa per questa settimana.

Antonino Vadalà, 42enne uomo d’affari che vive a Trebišov, nella regione di Košice, è arrivato in Slovacchia negli anni ’90. Il suo nome è salito all’onore delle cronache dopo l’assassinio del giornalista investigativo Ján Kuciak, che aveva scoperto i collegamenti di Vadalà con la ‘ndrangheta calabrese, come evidenziato da documenti delle autorità giudiziarie italiane, che già negli anni 2000 ne avevano richiesto l’estradizione per un processo dove poi finì assolto. Vadalà ha proprietà immobiliari e società attive nel settore agricolo e in quello energetico, che avrebbero ricevuto milioni di euro di sussidi. Con i fratelli Bruno e Sebastiano, il cugino Catroppa e due membri dell’altra famiglia di calabresi dei Rodà era stato arrestato pochi giorni dopo l’omicidio e poi rilasciato per mancanza di prove. Persone a lui vicine e che erano in passato in affari con lui erano fino a poche settimane fa a strettissimo contatto con l’ex primo ministro Robert Fico: l’assistente Maria Trošková, ex modella e secondo i media ex fidanzata di Vadalà e ora amante di Fico, e il segretario del consiglio di sicurezza nazionale Viliam Jasan, entrambi costretti ad autosospendersi sull’onda dello scandalo. Nel frattempo, in carcere è finito anche Sebastiano Vadalà, per minacce pericolose, percosse e aggressione continuata, fatti che risalgono al settembre 2017.

(La Redazione)


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