L’Europa fa i conti con il fallimento in Libia

Sono passati ormai 7 anni dalla famigerata guerra della Nato in Libia. E la situazione continua a peggiorare. Il paese è immerso in una cronica guerra civile. Si stima che circa 1.600 milizie siano operative sul terreno, in maggioranza gruppi jihadisti in concorrenza tra di loro. Dopo la sconfitta mortale del gruppo Stato islamico in Iraq e in Siria, i suoi seguaci hanno trovato nella disastrata Libia un terreno fertile per continuare a seminare il terrore.

Il 24 gennaio scorso, a Bengasi, due autobombe sono state fatte esplodere davanti a una moschea, causando più di 40 morti. Il luogo di preghiera era gestito da una fazione islamista concorrente, vicina al generale Haftar. La stessa Bengasi – dipinta come simbolo della “rivoluzione” del 17 febbraio e oggi sotto il “controllo” di Haftar, uomo legato alla Cia, come ben noto – è stata bersaglio di un attentato, con la stessa dinamica, il 9 febbraio scorso.

E questa situazione di guerra jihadista/mafiosa colpisce l’intero paese. Eccezion fatta per le zone dove si trovano gli impianti petroliferi, dove la protezione è garantita da milizie legate a diversi clan etnici, perché lì vi sono gli interessi delle potenze occidentali da salvaguardare: poco importa se i guardiani sono gruppi mafiosi o jihadisti (il confine tra queste due categorie è molto labile). Tali gruppi hanno legami più o meno diretti con i servizi segreti europei e americani.

All’inizio della rivolta del febbraio 2011, un certo Rami al-Obeidi fu trasportato a Bengasi su un aereo dell’intelligence italiana. Partecipò alla caduta del regime di Gheddafi e assunse in seguito il comando dei servizi segreti per conto del Consiglio nazionale di transizione libico creato dalla Nato. La Francia giocò un ruolo determinante nell’eliminazione di Gheddafi. In un libro inchiesta, intitolato Avec les compliments de la Guide, pubblicato in Francia nell’ottobre 2017, gli autori hanno rivelato il ruolo determinante del governo francese nell’insurrezione armata. Gheddafi aveva finanziato la campagna elettorale di Sarkozy per oltre 50 milioni di euro. Il Rais avrebbe avuto tanti segreti da rivelare se fosse stato fatto prigioniero. Doveva, quindi, essere eliminato fisicamente. E furono dei collaborazionisti libici dell’intelligence francese a portare a termine l’operazione il 20 ottobre 2011.

Anche il suo ministro del petrolio, Choukri Ghanem, fece una triste fine: fu trovato morto sulla riva del Danubio, a Vienna, il 30 aprile 2012. Sapeva troppo degli affari poco trasparenti di transazioni di armi e di petrolio tra l’Europa e la Libia di Gheddafi. A collaborare con la Nato c’erano anche i jihadisti, determinanti nella conquista di Tripoli. Il loro coinvolgimento seguiva una precisa logica: instaurare un regime confessionale islamista allineato, guidato dai Fratelli Musulmani, come stava accadendo in Egitto e in Tunisia. Motivo per cui il Qatar ebbe un ruolo importante nella crisi libica. Fu il principe qatarino a impedire il disarmo delle milizie islamiste.

Ma il sogno delle potenze europee di addomesticare la Libia si è trasformato in un incubo, caratterizzato dal dilagare del terrorismo “rivoluzionario” e dall’esplosione dell’immigrazione forzata in Europa, la quale ora corre ai ripari violando i più elementari diritti umani.

(Mostafa El Ayoubi via Unimondo.org)
Pubblicato in origine da Nigrizia.it

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