Cara Italia, ciao. Vado a Londra, dove c’è il lavoro

Oggi è una giornata di grigio e di pioggia a Milano, e io mi sveglio presto anche di sabato mattina perché devo organizzare le mie cose di una vita in due valigie e poi partire. In questo momento storico nel nostro Paese, non potevo che usare la mia storia per raccontare cosa vuole dire davvero essere un giovane in Italia.

Sono stata in Italia cinque anni, e ho capito tantissime cose. Prima di tutto, che il nostro è il Paese più bello al mondo. Secondo, che non solo noi italiani ma anche tantissimi stranieri sognerebbero di vivere in Italia. Terzo, che siamo un Paese pieno di talento e questo talento è distribuito davvero in ogni angolo. Infine, abbiamo una attitudine che ci distingue, ed è quella che in ogni situazione riusciamo a cavarcela, quello che in americano chiamano «street smart».

Ho anche capito che però tutto questo non basta, e con grande tristezza scelgo oggi di rimettermi in viaggio. Penso che la politica abbia sbagliato dal principio a chiamarci «cervelli in fuga», perché io come tanti altri non vogliamo fuggire, ma siamo costretti a scegliere una vita più dura in qualche città straniera, pur di portare avanti le nostre ambizioni.

Oggi torno a vivere nella quinta «città italiana», proprio Londra dove ci sono quasi 300 mila connazionali che l’hanno scelta come me. Londra è una città cara, faticosa, si viaggia spesso oltre i 45 minuti, schiacciati in una metropolitana pienissima, per raggiungere l’ufficio, e si mangia malissimo. Si vive in case con muri di cartapesta, spesso con parecchi «roommates» per abbattere i costi. Ma le opportunità sono tantissime. Qui a Londra si incoraggia l’imprenditoria, si promuovono i giovani. Ci sono centinaia di migliaia di opportunità di lavoro, e il contratto non esiste determinato. Se sei bravo le società ti fanno crescere, se no ti lasciano andare. Qui noi veniamo per lavorare, non tanto per vivere e purtroppo questa è la scelta che dobbiamo fare. Mettiamo via ogni mese un po’ del nostro stipendio e saltiamo su un aereo per casa appena possiamo, con la gioia di rivedere un tramonto sul nostro meraviglioso mare.

Con tre soci italiani ho scelto di aprire un’azienda innovativa, che potesse rivoluzionare il mercato finanziario. Siamo arrivati a sedici impiegati oggi nei nostri uffici di Torino, alcuni di loro anche cervelli rientrati. Il talento lo abbiamo trovato ma se vogliamo crescere e diventare una di quelle start-up che davvero scala, raccoglie importanti capitali e si espande in Europa, dobbiamo avere una sede centrale, che sia davvero centrale in Europa. Non siamo i primi che prendono questa decisione, di start-up fondate da Italiani a Londra ce ne sono tante, e non saremo gli ultimi. Qui si assume in poche settimane, e il costo aziendale di un impiegato nuovo è esattamente quel costo lordo che hai scelto di offrire. Qui i capitali si trovano scrivendo ai fondi di venture capital una email, e le tasse dell’azienda si pagano online. Qui a una donna non chiedono mai se ha intenzione di fare un figlio prima di decidere se finanziarle la sua start-up. E così, le aziende anche piccole come la mia sono forzate ad andare via, e il lavoro lo creano altrove. E quello che rimane è un Paese che si accontenta di politiche assistenzialistiche perché sono la unica opzione per raccogliere voti.

Io, nella quinta città d’Italia trovo l’ambizione, la vedo negli occhi degli italiani che faticano in questa città ma non mollano perché vogliono di più. Queste sono le persone che a me tutti i giorni ispirano e che mi rendono la permanenza lontana da casa più serena. Solo qui trovo la passione, la voglia di condividere i sogni, la determinazione, quelle qualità di noi Italiani che piano piano nella penisola stanno svanendo. Non le voglio fare sparire del tutto quindi continuerò a lavorare per scovare i nostri talenti in ogni regione d’Italia, per poter raccontare le loro storie; se volete che racconti la vostra, scrivetemi a ba@ovalmoney.com.

(Benedetta Arese Lucini, lastampa.it cc by nc nd)


Foto Fubei/CC0

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