Paradisi fiscali, l’Unione europea non morde

Più che una «lista nera» dei paradisi fiscali da sanzionare perché difendono coi denti il segreto bancario e proteggono gli evasori globali, pare un quiz di geografia. E’ un elenco di nove Paesi: Samoa americane, Bahamas, Guam, Namibia, Palau, Samoa, Saint Kitts e Nevis, Trinidad e Tobago, Isole Vergini Usa. Sono loro, e solo loro, gli Stati che secondo i governi dell’Ue minacciano l’equità del nostro pianeta Fisco. Sono punti lontani sulla carta del globo, pochi oltretutto. Perché, stando alle stime più attendibili, nei conti off-shore in giro per il pianeta è custodito, se non nascosto, un bottino di soldi imboscati che vale il 10% del pil mondiale.

Al di là delle parole di rito nei consigli a Bruxelles, l’impegno dell’Unione – delle ventotto capitali più che delle istituzioni – lascia parecchio a desiderare e pare una sottovalutazione dell’umore degli elettori, oltre che un manifesto tafazzismo erariale. Non incide davvero. Soprattutto, non incide dove potrebbe e con la forza necessaria. Davanti al crescente scetticismo nei confronti dell’equità «made in the Ue», sarebbe più utile dare la caccia a evasori e complici con norme serie. Non succede. E gli effetti si vedono.

La percezione dell’ingiustizia fiscale è diffusa e sposta i voti con furia verso i lidi dell’anti-establishment. Probabilmente è più ampia del reale, tende a fare d’ogni erba un fascio, confondendo i comportamenti truffaldini e i buchi di legislazione che consentono di evadere con le mosse (legali sebbene «garibaldine») usate da certi governi per attirare gli investimenti. Ma il ragionamento è semplice: «Siamo stufi di pagare troppe tasse in un’Europa che consente ai ricchi di pagarne poche o niente». Come dar loro torto?

I paradisi sono distanti. Ma i paradisi sono anche fra noi. Il francese Pierre Moscovici, commissario alla Fiscalità che sta facendo della lotta a evasione ed elusione una battaglia per la vita, in febbraio ha questionato la rettitudine fiscale di sette Stati: Belgio, Cipro, Irlanda, Lussemburgo, Malta, Paesi Bassi e Ungheria. Non è per ora un’accusa, ma la richiesta di informazione su possibili comportamenti che consentono di aggirare il pagamento delle tasse a certe categorie di cittadini ed imprese. Nei palazzi di Bruxelles, i vituperati «eurocrati» vedono aree grigie nei codici delle amministrazioni sopracitate che, ovviamente, minimizzano. Il problema è che i voti dei loro ministri servono per ottenere l’unanimità imposta dai Trattati per modificare le regole del gioco fiscale e renderle più eque. Sarà dura averli.

Ecco che il gatto si morde la coda, non è una novità, se non fosse che della coda non ne rimane un gran che. A furia di rinviare le risposte concrete e rilevanti – oggi è il fisco, ma l’immigrazione, l’economia e i diritti personali sono un buon casus belli – i governi Ue continuano a perdere consensi e minano la credibilità del progetto d’integrazione europeo. A parte il cambio di colore e tono delle situazioni nazionali, c’è la possibilità seria di ritrovarsi nel 2019 un Europarlamento di antieuropei. Bisognerebbe pensarci bene, accantonare la paura di sbagliare e battere nuove strade, ovvero fare quello che è giusto per rassicurare i cittadini, a partire dal combattere i «cattivi evasori». La gente ha perso la pazienza. E il prezzo politico delle decisioni, in occasioni come queste, oggi appare meno caro di quello delle non-decisioni. Anche se si ha la ventura di essere lussemburghesi, ciprioti o maltesi.

(Marco Zatterin via lastampa.it cc by nc nd)

 

Foto Vince Millett cc by nc sa

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